{"id":1515,"date":"2026-06-24T14:27:21","date_gmt":"2026-06-24T12:27:21","guid":{"rendered":"https:\/\/archivista.info\/?p=1515"},"modified":"2026-06-24T14:47:04","modified_gmt":"2026-06-24T12:47:04","slug":"slavoj-zizek-punto-zero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/2026\/06\/24\/slavoj-zizek-punto-zero\/","title":{"rendered":"Slavoj \u017di\u017eek, punto zero"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"626\" height=\"358\" src=\"https:\/\/archivista.info\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/spruzzi-variopinti-astratti-sfondo-3d-sfondo-ai-generativo_60438-2510.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1517\" style=\"width:575px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/archivista.info\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/spruzzi-variopinti-astratti-sfondo-3d-sfondo-ai-generativo_60438-2510.jpg 626w, https:\/\/archivista.info\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/spruzzi-variopinti-astratti-sfondo-3d-sfondo-ai-generativo_60438-2510-300x172.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 626px) 100vw, 626px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Punto zero<\/em>, pubblicato appena un mese fa da &#8220;Il Saggiatore&#8221; nella traduzione di Olimpia Ellero, si inserisce nella serie di brevi interventi con cui Slavoj \u017di\u017eek prova a leggere le contraddizioni del presente. Il concept del libro \u00e8 connesso a un episodio preciso, il discorso tenuto dal filosofo alla Fiera del libro di Francoforte il 17 ottobre 2023, quando le sue parole furono interrotte da contestazioni mentre invitava ad ascoltare anche la voce palestinese nel conflitto mediorientale. Dalla violenza a Gaza alle guerre commerciali sui dazi, dalla polveriera del Medio Oriente al conflitto in Sudan, dall&#8217;ascesa dei nuovi &#8220;signori feudali&#8221; del digitale fino alla crisi dei principi su cui si \u00e8 fondato l&#8217;immaginario occidentale, \u017di\u017eek passa in rassegna alcuni dei principali nodi del mondo contemporaneo per interrogarsi su quale sia il &#8220;momento di parlare&#8221;. La tesi che attraversa le pagine, infatti, \u00e8 che proprio quando la parola pu\u00f2 ancora incidere sulla realt\u00e0, quando ci si trova al punto zero, il silenzio non sia pi\u00f9 un&#8217;opzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u017di\u017eek \u00e8 uno dei filosofi contemporanei pi\u00f9 influenti e discussi, autore di un&#8217;opera sterminata che attraversa filosofia, politica, cinema, letteratura e cultura di massa. Chi lo segue, sa che ci\u00f2 che lo distingue da gran parte degli intellettuali del suo tempo \u00e8 la capacit\u00e0 di leggere gli eventi dell&#8217;attualit\u00e0 globale, dalle guerre alle crisi economiche, dai populismi alle trasformazioni tecnologiche, attraverso categorie teoriche solide, senza rinunciare all&#8217;intervento pubblico. Il suo nucleo filosofico, radicato nell&#8217;incontro tra Marx, Hegel e Lacan, gli consente di interpretare fenomeni apparentemente contingenti come sintomi delle contraddizioni pi\u00f9 profonde delle societ\u00e0 contemporanee. Polemista brillante e spesso controverso, \u017di\u017eek \u00e8 oggi una delle voci pi\u00f9 riconoscibili del dibattito internazionale, capace di passare con disinvoltura dall&#8217;analisi geopolitica alla critica culturale. E chi apprezza il suo stile diretto e a volte paradossale non rimarr\u00e0 deluso da queste pagine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La riflessione del libro, lo dicevo prima, prende avvio da un&#8217;immagine politica ed esistenziale insieme, il &#8220;punto zero&#8221; come luogo della caduta, ma anche come campo base da cui ricominciare. La figura di Lenin scalatore, costretto a ritirarsi senza tradire la causa, diventa il modello di una fedelt\u00e0 non trionfalistica; arretrare, riconoscere la sconfitta, tentare ancora.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto zero non \u00e8 per\u00f2 solo una metafora della sconfitta. Secondo \u017di\u017eek, ogni tentativo di sfuggire alla catastrofe collettiva anzich\u00e9 affrontarla produce effetti peggiori della crisi stessa e porta alla violenza brutale e autolesionista, oppure a una paura viscerale e paralizzante. Il punto zero \u00e8 il luogo in cui la disperazione della nostra societ\u00e0 smette di essere rimandabile. Lo si pu\u00f2 evadere temporaneamente, attraverso la distrazione, il cinismo, l&#8217;ideologia, ma l&#8217;evasione \u00e8 sempre parziale e provvisoria. L&#8217;unica risposta possibile \u00e8 non voltare lo sguardo dal caos, ma ricominciare a pensare, senza scorciatoie, dal livello pi\u00f9 basso che si \u00e8 raggiunto. L\u2019idea \u00e8 particolarmente efficace, e sembra ribaltare quella &#8220;fenomenologia della fine&#8221; tanto cara alla visione fisheriana (&#8220;\u00c8 pi\u00f9 facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo&#8221;), mantenendo il carico di possibilit\u00e0, per costruire nuove forme di critica e di lotta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima sezione raccoglie saggi recenti, costruiti intorno a questo nucleo concettuale e applicati a una serie di nodi politici, economici e filosofici del presente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano politico, \u017di\u017eek \u00e8 diretto: &#8220;Oggi [\u2026] il comunismo, l&#8217;unico modo per affrontare le sfide che abbiamo davanti (ecologia, guerra, intelligenza artificiale), viene adottato sempre pi\u00f9 di rado come visione politica&#8221; (p. 20). La diagnosi \u00e8 amara ma netta. La sinistra, sostiene, ha rinunciato alla radicalit\u00e0 nel tentativo di non spaventare l&#8217;elettorato moderato. La ricetta che propone va in direzione opposta: &#8220;[La] sinistra dovrebbe liberarsi del timore di perdere il voto dei centristi qualora venisse percepita come troppo radicale; e dovrebbe distinguersi chiaramente dal centro liberal\u00abprogressista\u00bb e dal suo corporativismo di matrice woke&#8221; (p. 38). La critica al progressismo liberale come forma di gestione dell&#8217;esistente, piuttosto che di trasformazione reale, \u00e8 uno dei motivi pi\u00f9 ricorrenti del pensiero di \u017di\u017eek. Pur essendo una tesi che attraversa gran parte della sua produzione, in <em>Punto zero <\/em>essa acquista una particolare rilevanza: mentre le destre continuano a presentarsi come forze anti-establishment, la sinistra appare sempre pi\u00f9 integrata in assetti istituzionali percepiti come immutabili. \u00c8 una lettura che nel contesto delle crisi contemporanee conserva una forza interpretativa difficilmente ignorabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul conflitto di Gaza, \u017di\u017eek analizza le contraddizioni della politica americana con una lucidit\u00e0 tagliente. Gli Stati Uniti sono &#8220;lo stesso paese che ha prodotto le bombe che distruggono Gaza consegna aiuti alla popolazione affamata e sofferente nella crisi umanitaria causata dall&#8217;offensiva israeliana [\u2026] c&#8217;\u00e8 qualcosa di umiliante nel ricevere aiuti caduti dal cielo e lanciati dalle stesse persone che potrebbero pi\u00f9 facilmente fare pressioni su Israele perch\u00e9 lasciasse arrivare pi\u00f9 rifornimenti a Gaza via terra&#8221; (p. 50). La cosiddetta &#8220;assistenza umanitaria&#8221; come continuazione della guerra con altri mezzi, o almeno come alibi della complicit\u00e0. \u017di\u017eek osserva anche che parlare di disturbo post-traumatico per i gazawi \u00e8 un&#8217;operazione che presuppone un \u201cdopo\u201d che per loro semplicemente non esiste: non c&#8217;\u00e8 un dopo a cui fare ritorno. Questa assenza \u00e8 gi\u00e0 parte della violenza subita. \u00c8 come se la disperazione e il trauma fossero endemici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La dialettica hegeliana torna utile quando \u017di\u017eek smonta le retoriche di Putin e Medvedev, che utilizzano una retorica pseudo-antioccidentale a sostegno di un progetto che \u00e8, nei fatti, profondamente reazionario. La struttura logica del loro discorso, dice \u017di\u017eek, \u00e8 hegeliana nel metodo ma rovesciata nei fini; prendono il linguaggio della contraddizione e lo piegano alla conservazione dell&#8217;ordine esistente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul terreno economico, una delle analisi pi\u00f9 dense riguarda il cosiddetto neofeudalesimo, elaborato a partire dalla tesi di Yanis Varoufakis. \u017di\u017eek cita e sviluppa l&#8217;idea centrale: &#8220;Quando, a causa del ruolo cruciale del <em>general intellect<\/em> (cooperazione e sapere sociale) nella creazione della ricchezza, le forme della ricchezza diventano sempre pi\u00f9 sproporzionate rispetto al tempo di lavoro diretto impiegato nella loro produzione, il risultato non \u00e8, come prevedeva Marx, l&#8217;autodissoluzione del capitalismo, bens\u00ec la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in rendita espropriata dalla privatizzazione del <em>general intellect<\/em> e altri beni comuni&#8221; (p. 100). In altri termini, i grandi signori del digitale non accumulerebbero ricchezza attraverso la produzione ma attraverso la cattura dell&#8217;attenzione, dei dati, delle piattaforme, dell&#8217;infrastruttura della comunicazione. Il capitalismo avrebbe trovato nel digitale una forma inedita di estrazione del valore che sfugge alle categorie tradizionali del marxismo. La definizione, pur stimolante, mi sembra inadatta a descrivere la contemporaneit\u00e0. A mio parere trascurerebbe infatti la dimensione di massa che caratterizza l&#8217;attuale sistema sociale e che trova nella bolla digitale la sua espressione pi\u00f9 compiuta. Pur condividendone l&#8217;impianto concettuale, propenderei per il termine tecnototalitarismo, capace di restituire con maggiore precisione l&#8217;idea di un controllo sistematico sui comportamenti, sull&#8217;informazione e sui desideri della popolazione, intesa come insieme di utenti, e di rendere evidente la pervasivit\u00e0 con cui tale potere si esercita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo si collega la riflessione sulla moneta da un bilione di dollari, una proposta (a dir poco grottesca) circolata negli Stati Uniti durante le crisi del tetto del debito: l&#8217;idea \u00e8 emersa nel 2011 come modo per bypassare la necessit\u00e0 del Congresso di aumentare il limite di indebitamento del paese, coniando una moneta di platino con un valore facciale elevatissimo da depositare presso la Federal Reserve. \u017di\u017eek usa questo scenario paradossale come specchio della finzione strutturale che regge l&#8217;economia moderna: &#8220;il valore di mercato di un bene \u00e8 totalmente separato dal suo valore intrinseco&#8221; (p. 112). La moneta da un bilione non servirebbe a &#8220;creare&#8221; ricchezza reale (nessuno vuole veramente farlo), ma a spostare una posta convenzionale all&#8217;interno di un sistema che \u00e8 gi\u00e0, per intero, una costruzione convenzionale. Il capitalismo finanziario contemporaneo funzionerebbe gi\u00e0 cos\u00ec, solo con meno trasparenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sezione si chiude con un&#8217;analisi del debito e delle crisi economiche americane, con particolare attenzione alla stagflazione del 1973 come momento di rottura dell&#8217;ordine keynesiano del dopoguerra e punto di avvio della lunga controrivoluzione neoliberale. \u00c8 un&#8217;analisi che \u017di\u017eek conduce con una certa sobriet\u00e0 storica, mostrando come le crisi siano state ogni volta utilizzate per ristrutturare i rapporti di forza a favore del capitale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La seconda parte del libro \u00e8 la pi\u00f9 personale e, in un certo senso, la pi\u00f9 riuscita: \u00e8 qui che l&#8217;intenzione dell&#8217;autore di ripartire dal punto zero smette di essere una categoria teorica e diventa esperienza vissuta sulla propria pelle. \u017di\u017eek vi ripercorre le vicende legate al suo intervento alla Buchmesse di Francoforte il 17 ottobre 2023, dieci giorni dopo gli attacchi di Hamas, in un contesto in cui gli organizzatori della fiera avevano gi\u00e0 dichiarato solidariet\u00e0 totale e incondizionata a Israele.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel suo discorso di venticinque minuti, pi\u00f9 volte interrotto, \u017di\u017eek aveva sostenuto che la condanna di Hamas, necessaria e doverosa, non esaurisce il compito del pensiero politico e che, anzi, capire le ragioni storiche e ideologiche delle cause che hanno portato all\u2019attentato non significa giustificarlo. Di fronte alle interruzioni, la sua risposta fu significativa: &#8220;Per me \u00e8 importante capire che siamo tutti concordi nel condannare la disumanit\u00e0, nel condannare il terrorismo. [\u2026] E sono contento che possiamo esprimere un&#8217;idea simile in questa sede. E anche che qualcuno interrompa un discorso. Ci\u00f2 dev&#8217;essere sempre possibile.&#8221; Poi aggiunse che una simile interruzione da parte di un funzionario di stato, in un contesto ben diverso, quella della Jugoslavia comunista, l&#8217;aveva gi\u00e0 subita anni prima. L&#8217;accostamento, apparentemente retorico e provocatorio, in realt\u00e0 \u00e8 anche profondamente concettuale: il gesto di zittire chi parla di contesto, di storia, di complessit\u00e0, appartiene a una logica che attraversa i regimi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il centro emotivo e teorico di questa sezione \u00e8 la difficolt\u00e0, e insieme la necessit\u00e0, di reggere simultaneamente due dolori: quello palestinese e quello israeliano. \u017di\u017eek insiste che questi non si cancellano a vicenda, non sono in competizione, e che cercare di ridurre uno dei due a pretesto o strumento significa rinunciare al pensiero per abbracciare la propaganda. La sofferenza non scala di intensit\u00e0 per il fatto di trovarsi dalla parte considerata &#8220;giusta&#8221;. Vale la pena precisare che sarebbe un errore leggere questa presa di posizione come semplice equidistanza. \u017di\u017eek non chiede di stare a met\u00e0 strada tra due fronti, ma di sottrarre il conflitto alla logica dell&#8217;identificazione totale, quella per cui capire significa schierarsi e schierarsi significa smettere di capire. Che questa posizione sia diventata cos\u00ec difficile da sostenere nello spazio pubblico contemporaneo ci dice molto di come funzioni questo spazio, di quanto sia realmente \u201cdemocratico\u201d, ed \u00e8 precisamente questo che queste pagine si rifiutano di normalizzare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questa premessa si apre una serie di riflessioni molto precise. \u017di\u017eek \u00e8 esplicito: &#8220;Nessuno ha semplicemente ragione. La soluzione non risiede, perci\u00f2, in giudizi morali in competizione tra loro, ma in un vero atto politico che crei una nuova realt\u00e0 sociale. [\u2026] Ebrei e palestinesi dovrebbero costruire una solidariet\u00e0 basata sul fatto che erano (e sono) entrambi vittime del razzismo occidentale&#8221; (p. 156). E dare degli utopisti a chi vorrebbe una risoluzione pacifica del conflitto \u00e8 solo un artificio retorico. &#8220;L&#8217;utopia veramente pericolosa&#8221;, dice, &#8220;\u00e8 che si arrivi a risolvere la crisi del Medio Oriente grazie a una vittoria militare&#8221; (p. 180).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riprendendo Franco &#8216;Bifo&#8217; Berardi, \u017di\u017eek osserva un&#8217;asimmetria importante, che riguarda proprio chi si batte, in questo nostro contesto storico, per i diritti dei palestinesi, e in generale delle parti minoritarie: &#8220;I manifestanti del Sessantotto si identificavano con la resistenza antimperialista dei vietcong e con un progetto socialista, ma i manifestanti di oggi solo in rarissimi casi si identificano con Hamas&#8221; (p. 187). La solidariet\u00e0 con i palestinesi nei movimenti contemporanei \u00e8 qualcosa di diverso dall&#8217;identificazione politica con una forza organizzata. \u00c8 piuttosto, come dice ancora Bifo, un&#8217;identificazione che nasce dalla disperazione. &#8220;La disperazione \u00e8 il tratto psicologico e culturale che spiega la vasta identificazione con i palestinesi.&#8221; Una disperazione diffusa, sovranazionale, che riconosce nel destino palestinese qualcosa di familiare e di estremo al tempo stesso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In chiusura, \u017di\u017eek affida alla letteratura un compito che la teoria fatica ad assolvere: &#8220;La letteratura \u00e8 ancora il mezzo privilegiato per rendere palpabile la profonda ambiguit\u00e0 e complessit\u00e0 della nostra condizione&#8221; (p. 245). \u00c8 un&#8217;ammissione parziale di sconfitta del discorso filosofico puro, e insieme un&#8217;apertura: l\u00e0 dove il concetto semplifica, la narrazione pu\u00f2 tenere insieme le contraddizioni senza risolverle. \u00c8 un\u2019idea interessante, ma \u00e8 anche una di quelle a cui \u017di\u017eek, negli anni, ci ha abituato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che \u00e8 davvero rilevante di <em>Punto zero<\/em> \u00e8 che, pur senza offrire nuove teorie mirabolanti (e probabilmente non \u00e8 quello che si aspetta chi lo apre), \u00e8 un libro che mostra perch\u00e9 \u017di\u017eek rimane una voce necessaria nel presente: perch\u00e9 riesce ancora a tenere insieme capitalismo digitale, crisi geopolitiche, tradizione marxista e questione palestinese senza cedere alla semplificazione identitaria che governa quasi tutto il dibattito pubblico contemporaneo. In un momento in cui pensare per complessit\u00e0 \u00e8 diventato sospetto, questa capacit\u00e0 \u00e8 gi\u00e0, di per s\u00e9, un atto teorico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Punto zero, pubblicato appena un mese fa da &#8220;Il Saggiatore&#8221; nella traduzione di Olimpia Ellero, si inserisce nella serie di brevi interventi con cui Slavoj \u017di\u017eek prova a leggere le contraddizioni del presente<\/p>\n","protected":false},"author":472,"featured_media":1517,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":true,"template":"","format":"standard","meta":{"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"_kad_post_transparent":"","_kad_post_title":"","_kad_post_layout":"","_kad_post_sidebar_id":"","_kad_post_content_style":"","_kad_post_vertical_padding":"","_kad_post_feature":"","_kad_post_feature_position":"","_kad_post_header":false,"_kad_post_footer":false,"_kad_post_classname":"","footnotes":""},"categories":[3],"tags":[16,65,130,131,129,128],"class_list":["post-1515","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-critica","tag-gaza","tag-general-intellect","tag-hegel","tag-lacan","tag-marx","tag-zizek"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1515","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/472"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1515"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1515\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1519,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1515\/revisions\/1519"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1517"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1515"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1515"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivista.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1515"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}