Narrare il carcere, per liberarsene

‘Fratture’ è una newsletter indipendente sul carcere e sulla sua abolizione, nata tre anni fà e attiva sulla piattaforma Substack con più di 25 approfondimenti e su Telegram dove pubblica ogni settimana una rassegna di notizie ed eventi sul mondo penitenziario. Il gruppo che la costituisce si presenta oggi con due libretti cartacei, Abolire il carcere è una pratica collettiva e Abbiamo bisogno della polizia? che rilanciano in maniera critica e intelligente la secolare questione della detenzione alla luce della intensa recrudescenza di società punitive post-liberali i cui devastanti effetti sociali sono sotto gli occhi di tutti.
L’iniziativa editoriale è un esempio significativo nel panorama dell’editoria indipendente, frutto della sinergia del gruppo ‘Robin Book’ che da circa due anni pubblica documenti e testi, tra i quali No Spiritual Surrender del nativo diné Klee Benalli (qui recensito) e della rinomata piattaforma di crowdfunding ‘Produzioni dal basso’. Il testo raccoglie la lucida prefazione di ‘Fratture’, tre interviste, ed è chiuso da una ricca bibliografia sul tema, con una prefazione di Perla Allegri, assegnista e docente di Philosophy of Law all’Università di Torino e membro dell’associazione ‘Antigone’, che definisce in maniera chiara la cornice concettuale del tema abolizionista.
La prospettiva della fine dell’istituzione detentiva è stata largamente equivocata come un’‘utopia sovversiva’ da distruggere, specie in tempi di pericolosi e dannosi interventi di natura ‘law and order’. Abolizionismo invece significa intraprendere un metodo di indagine critico-genealogica dei rapporti tra penalità, detenzione e condizioni sociali in cui vige il carcere come già Michel Foucault aveva indicato nella prima metà degli scorsi anni settanta. Dal momento che la detenzione non c’è sempre stata, che non è un fatto naturale e che il carcere ha una storia che risale agli inizi del XVIII secolo con la connessione di ‘penale’ e ‘punitivo’, si tratta di adottare una prospettiva di lungo raggio che circoscrive l’annosa domanda: ‘perchè la punizione del reato è quella di rinchiudere?
Un filo rosso lega i tre interventi di Giulia De Rocco, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, autrice di Aboliamo il carcere, Carmine Ferrara, sociologo e attivista trans e Despina, attivista della Maison du Conflit di Bruxelles: la giustizia trasformativa e i ‘cerchi riparativi’ costituiscono un’alternativa alla detenzione che comporta un insieme di processi all’interno e all’esterno del carcere, rapporti con le istituzioni e una trasformazione della soggettività con la progressiva dissolvenza delle figure della ‘vittima’ e dell’ ‘autore’ di violenza. La pratica, che ha come base le forme di giustizia riparative con cui non coincide, proviene dalle comunità e dalle associazioni di tutela giuridica e sociale statunitensi, la cui esperienza dalla metà degli scorsi anni ottanta è delimitata dai ‘critical legal studies’ e dalle trasformazioni della penalità nel campo della ‘sicurezza’, oggi ancora più flagrante con le operazioni omicide dell’ICE.
Perciò è necessario elaborare un sapere comune che attraverso la prevenzione e non la punizione, investa la soggettività e incarichi le comunità e gli ambienti dei danni commessi e degli errori possibili. Si tratta di creare spazi collettivi, dice Giulia De Rocco, in cui, seguendo la geografa abolizionista Ruthie Gilmore, emerga l’unità strutturale delle lotte, per la casa, per il reddito, per la distribuzione delle risorse e contro la violenza di genere. Se queste istanze di giustizia sociale fossero risolte o comunque “permettessero alle persone di stare bene, non ci sarebbe più bisogno del carcere”.
É importante rendere poroso il confine tra esterno ed interno, ma come? Entrando in relazione con le persone detenute, creando un tessuto di socialità in cui volontari, associazioni e, aggiungiamo, artiste, filosofe, scrittori, alimentino relazioni con le persone detenute e alimentino il dibattito pubblico sulle condizioni di invivibilità del carcere. Il rapporto di Antigone (in download dal sito web dell’associazione) rileva dall’inizio dell’anno ad oggi 139 persone morte, di cui 40 per suicidio, sovraffollamento e condizioni detentive disumane e degradanti. Nell’estate più calda del secolo gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno in tutti i luoghi di detenzione, CPR, hub di deportazione dei migranti, carceri minorili. Raccontare il carcere e fare storie, scritture e immaginario in carcere provvede a creare uno strumento forte di liberazione che rende materiali i corpi e lo sguardo per lo più ‘scorporato’ dei progetti politici e delle opzioni teoriche.
Si tratta, dice Carmine Ferraro, di rendere visibili i bisogni e di immaginare un mondo senza giustizia punitiva. La sua storia di ‘abusato’ e di ‘abusante’ è esemplare: come ‘vittima’ all’interno di un ambiente familiare violento, ha avuto accesso ad un centro antiviolenza e ad assistenza legale “in quanto risulto femmina all’anagrafe”; in quanto ‘abuser’ invece è stato difficilissimo accedere ai servizi per ‘uomini maltrattanti’ perchè “ero considerato femmina e quindi non potevo essere violento”.
Il caso dimostra che la cosiddetta pedagogia rieducativa, quando le persone sono inviate da tribunali, assistenti sociali e forze dell’ordine, fallisce. Chi è obbligato, quanto sarà disposto a “lavorare su di sè in un’ottica trasformativa?”. C’è molta misoginia interiorizzata e molto binarismo anche negli ambienti di attivismo, prosegue Carmine e nell’attivismo ‘social’ c’è molta aggressività nei confronti di chi commette il minimo errore.
Despina, fondatrice del centro Maison du Conflit a Bruxelles illustra alcuni modi per gestire situazioni di violenza. La Maison è un organo autonomo locale che interviene nei gruppi in difficoltà anche con corsi di formazione: ‘l’arte del conflitto’ e ‘fare giustizia sena punire’. Sono pratiche non prescrittive che interpellano le forze in gioco nei quartieri e producono un sapere comune che non è riservato ai professionisti. “Le persone trovano soluzione sulla base delle loro norme sociali, del loro modo di vedere e vivere le cose”.
Discussioni di quartiere in situazioni difficili con associazioni, comitati di quartiere, spazi per i giovani sono le iniziative che trasformano le persone in processi lunghi in cui si affrontano cause e sintomi della vita locale. É l’inizio di un processo che è anche “un percorso di autoformazione degli abitanti”. É un esempio non un modello, come è un esempio quello dei ‘cerchi riparativi’. Nelle scuole ci sono pratiche che possono trasformare: tutti siedono in cerchio, ci sono coloro che hanno subìto il torto e quelli che lo hanno causato; ci sono i parenti, le persone di riferimento e i rappresentati d’istituto. Le domande snodano il filo della discussione e si finisce per “stringere una sorta di patto”. Le istituzioni penali non sono al corrente di queste pratiche. D’altra parte, come sostiene Gwenda Ricordeau che ha contribuito a rivitalizzare l’abolizionismo penale in Francia, si tratta di risoluzioni di conflitti e di violenze che avvengono da sempre già fuori dal sistema penale.
