Lo stato da “mostro freddo” a potere anticapitalista?
Massimo Florio, Il capitale contro lo Stato, Feltrinelli, Milano 2026

La storia delle prestazioni dello stato in Europa, negli Stati Uniti e nei paesi liberaldemocratici dopo la seconda guerra mondiale mostra che gli ambiti e le prerogative del potere pubblico, soprattutto riguardo alle prestazioni di stato sociale, hanno occupato una superficie di resistenza contro gli attacchi e i tentativi di erosione della sfera pubblica che il capitalismo nelle diverse sue forme storiche ha compiuto.
In questa storia sono riconoscibili diverse teorie politiche che sono state i punti di attacco al potere di intervento dello stato che tuttavia almeno fino alla fine del XX secolo ha mantenuto il proprio assetto giuridico-politico – malgrado abbia subito radicali trasformazioni nell’esercizio della sovranità.
Da questa presa di posizione analitica Massimo Florio, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano e membro del Forum Disuguaglianze e Diversità, svolge un’accurata e puntuale lettura storica della portata sociale, economica, politica e ordinamentale dell’amministrazione statale nei paesi a “capitalismo avanzato”.
La densa ipotesi messa in campo in Il Capitale contro lo Stato è che, al contrario di quanto ha sostenuto una certa teoria critica, i ripetuti attacchi portati allo stato amministrativo dal primo liberismo al neoliberalismo in vigore dagli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, e oggi da un capitalismo oligopolitistico, lo stato, nell’insieme delle sue articolazioni istituzionali, ha esteso sensibilmente il proprio raggio d’azione.
Un insieme di strumenti di programmazione, organizzazione, produzione economica ed erogazione di servizi ha consentito sviluppo e crescita in misura qualitativamente superiore rispetto al capitale privato e alle fallimentari ricette di privatizzazione, deregulation e depredazione di risorse che hanno condotto il mondo alla catastrofe bellica planetaria.
Secondo l’autore il cruciale conflitto riguarda oggi i poteri di stato e la sua base fiscale che sono diventati un “lusso” che il capitalismo oligopolitistico, promosso dalle grandi piattaforme tecnologiche e da governi ultrareazionari, non può più permettersi. Il progetto reazionario di Trump e della sua cricca non compare all’improvviso, ma proviene dal presente storico degli Stati Uniti che contano troppo poco nell’economia globale e sono troppo indebitati per pensare di estrarre una rendita imperiale in sostituzione della tassazione interna.
Florio dimostra che nella storia dei paesi occidentali circa 100 anni fa la quota di reddito erogata dagli stati ai cittadini era tra l’80 e il 90% del reddito, oggi è circa il 60%. Stati sempre più indebitati con governi che per non perdere il consenso rimandano le coperture di spesa, sono in grande difficoltà ad ottenere il pareggio di bilancio.
Con un grafico molto esplicativo l’autore dimostra che dalla seconda metà del XIX secolo, la spesa pubblica nei paesi del G7 è aumentata in maniera progressiva e che la tendenza in futuro non sarebbe frenata dalla domanda di beni e servizi ma dal rallentamento della crescita economica e dalla resistenza alle imposte.
La strategia di Trump e accoliti è tagliare la spesa pubblica, i programmi di welfare, i trasferimenti a scuola e università, la spesa sanitaria, i programmi per la transizione ecologica e ridurre le importazioni con i dazi cercando di attrarre capitali esteri. Questa traiettoria non è sostenibile: a causa dell’esplosione del debito pubblico il patrimonio dello stato tra 50 anni potrebbe diminuire del -400% del Pil.
La storia della finanza pubblica statunitense è simile a quella dei paesi del G7. Intorno al 1880 la spesa pubblica era circa tra il 10 e il 13% del Pil. In anni recenti è del 40-50%. Nel XIX secolo nei paesi del G7 le entrate dello stato hanno coperto le spese. Nel XX, guerre, shock petroliferi, crisi del debito e recessione hanno spinto i governi a fare ricorso al disavanzo primario. Il risultato è la creazione di debito pubblico. In Italia con un debito al 135% del Pil lo stato è costretto a spendere per beni e servizi meno di quanto incassa da imposte e contributi.
Il crescente indebitamento pubblico è indice della crisi irreversibile del modello capitalistico di accumulazione di fronte ad emergenze strutturali: catastrofe climatica, diseguaglianze abissali, denatalità e invecchiamento, necessità di investire nella conoscenza come bene pubblico per la transizione ecologica.
Una serie di indici analitici dicono che una domanda aggiuntiva di spesa pubblica da oggi al 2050 comporta l’aumento di 10 punti di Pil, che, ricordiamo, non è, semmai lo è stato, un indicatore giusto e affidabile della ricchezza di un paese. Per l’Italia, che è indietro su tutto, sanità, ricerca, istruzione, previdenza e assistenza, spese per il territorio, infrastrutture e aumento della spesa per il “servizio del debito”, l’aumento vale 230 miliardi di euro rispetto ad una spesa attuale di 916 miliardi. Il bilancio dello stato aumenterebbe di un quarto in 25 anni. Anche tagliando spese non sociali come i sussidi alle imprese e i consumi energetici, non basterebbe. In futuro, scrive Florio, avremo comunque bisogno di più stato. La deregulation trumpiana accoppiata al sovranismo repressivo non può che “finire nel disordine e fallire”.
D’altra parte, dal confronto storico con diversi modi di produzione, quello sovietico e quello cinese, emerge uno scenario del tutto diverso da quello che i profeti dello “stato minimo” e i vati del neoliberismo continuano a cantare a catastrofe avvenuta.
Sia nell’URSS dei piani quinquennali sia in Cina, un’economia centralmente pianificata non è mai realmente esistita e il “socialismo” basato sulla pianificazione non ha fondamento storico. Ciò non significa negare i disastri e l’oppressione di quei regimi, ma averne una visione storico-politica non inficiata da riscritture ignoranti della storia. Il dispotismo amministrativo sovietico ha sostenuto fino alla metà degli scorsi anni sessanta una crescita estensiva ma non ha “assorbito” il progresso tecnico e alla lunga non ha sostenuto grandi spese in infrastrutture militari e livelli di consumo adeguati a mantenere il consenso.
Invece il capitalismo di stato cinese, che è una variante del capitalismo petrolifero, combina imprese private e statali in un’economia di mercato fortemente controllata e diretta dal centro e riesce a sostenere la produttività, superando le economie avanzate nei settori ad alta intensità tecnologica come dimostra un’ampia letteratura.
Dopo il crollo dell’URSS e la svolta cinese del libero mercato dei primi anni novanta dello scorso secolo che ha introdotto il capitalismo di stato, in occidente si realizza l’attacco al welfare state, alle imprese pubbliche e alla regolamentazione dei mercati. Thatcher, Reagan e il Washington Consensus, imposto ai paesi del sudamerica e che non è mai stato tale, hanno sancito il principio della tassazione marginale dei redditi, crollata dal 70 al 40% circa, la liberalizzazione finanziaria, i tassi di cambio stabiliti dai mercati, le privatizzazioni e il monopolio dei diritti di proprietà dei brevetti, nonché la liberalizzazione dei commerci e degli investimenti esteri e la limitazione del disavanzo di bilancio all’ 1-2% del Pil - mentre la priorità della spesa pubblica per l’istruzione non ha avuto alcun “consensus”.
Dopo la crisi dei mutui subprime del 2007, ma già a causa delle crisi precedenti, in Russia, in Messico, e che ha investito in misura limitata le “tigri asiatiche”, nessuno rimpiange il Washington Consensus, “eccetto alcuni seguaci religiosi” che hanno proseguito nella disastrosa “terza via” socialdemocratica, con le prescrizioni di workfare, i tagli ai servizi pubblici, l’inasprimento delle politiche law and order e la guerra ai migranti. In Gran Bretagna i danni allo stato sociale dei governi Tory e New Labour sono stati ingenti. Privatizzazioni di asili nido, delle case di cura per gli anziani, inefficenza e alti costi delle partnership publico-privato negli ospedali, nelle carceri e nei servizi sociali. Oggi un quarto delle famiglie con figli vive in povertà assoluta, le diseguaglianze sono sempre più profonde, la qualità delle cure in un sistema sanitario privatizzato è peggiorata.
Putin, Netanyhau, Modi, Orban, Bolsonaro, Merz, Meloni, Johnson e successori, insieme allo psico-terrorista alla Casa Bianca sarebbero artefici del ritorno dello stato patrimoniale funzionale al sovrano. Dal XVII secolo il mercantilismo e la sua storia doganale suggeriscono che i paesi che lo perseguono si indeboliscono, mentre la protezione degli oligopoli produce politiche coloniali di rapina e trasforma guerre commerciali in guerra mondiale secolare.
Come osservava lo storico dell’economia Giovanni Arrighi, la discrasia tra potere militare ed economia finanziaria nei diversi cicli egemonici è il segnale di crisi dello stato che ha imposto il proprio ordine mondiale.
La proposta di una nuova forma di stato secondo Florio consiste nell’istituzione di un potere pubblico autonomo rispetto ai processi politici, con un modo di produzione di beni e servizi che non risponde a meccanismi di mercato.
Si potrebbe pensare ad uno “stato conflittuale” con le economie capitaliste, cioè uno stato che attua politiche pubbliche per trasformare i rapporti sociali e di proprietà, cioè politiche di liberazione delle persone.
Ma l’interesse per la costituzione di poteri pubblici, in parte attiva da tempo nei diversi ambiti del dispositivo di distruzione sociale del capitalismo ad opera di reti e spazi sociali, Ong, associazioni e circuiti solidali, più che nell’idea di uno stato post-capitalista risiede nella ricerca dei modi per sganciarsi dall’interlocuzione con i governi e per forme di autogoverno con progetti di economia sociale nella sanità, nell’istruzione e nella ricerca e nelle politiche abitative.
Cioè nell’esercizio di intelligenza sociale conflittuale con lo Stato con la S maiuscola. L’intelligenza si trova in comunità di lavoro che sostengono lotte e rivendicazioni (ad esempio GKN), in territori trasformati in terre abitate e in rifugi climatici e nella promozione di saperi comuni in cui sono in gioco corpi e linguaggio.
Questo insieme di esperienze attive a varie latitudini, oggi più di ieri in emergenza permanente, costituiscono da anni quella intelligenza sociale che prima, al di qua e al di là della cattura in capitale sociale, forma uno “stato” - non nel senso di un’amministrazione separata da istituzioni e rapporti di potere ma nel senso dello “stato di cose”, dello “stato di esistenza” di viventi, non viventi e ambienti in cui ritessere vita, affetti, relazioni.
Di questo sapere comune, luoghi, spazi e tempi hanno bisogno e se lo si può chiamare potere pubblico è perché si tratta anzitutto di esperienze: gestione locale partecipativa, confini aperti di processi non di governance, visione lunga, sperimentazione di forme di autogoverno.
Se dunque radicalizziamo la proposta di un “modo di produzione pubblico” otteniamo un quadro di esperienze di corpi e linguaggio sganciati dalle prestazioni di cattura dello Stato oligarchico, – ma per questo “abbiamo bisogno di uno spazio dove esercitare una politica come progetto sociale”.
Se lo stato post-capitalista è una trasformazione già in corso, è luogo di scontro più che di incontro tra “ oligarchie e comunità con esito aperto”, ove è il termine “comunità” ad essere problematico.
L’alleanza, scrive Florio, può ribaltare le sorti della partita con l’oligarchia, se Stato e imprese pubbliche sono “prese d’assalto e conquistati con l’ingresso nei luoghi di Stato di una giovane leva che creda nella missione della sfera pubblica” e se le “comunità di cittadini” rivendicano insieme autonomia e poteri.
Ma l’intelligenza sociale è sapere comune che si realizza oltre la democrazia formale e in forme di eguaglianza pre-distributiva delle condizioni di esistenza: reddito e diritti di genere, cultura, appartenenze e disappropriazione. L’intelligenza sociale è un po’ come lo spirito “che soffia dove vuole” e che già da tempo anima corpi e linguaggio.
La geografia sociale dei territori – meglio se cominciamo a chiamarli luoghi – è una mappa che indica le relazioni tra persone che conoscono i problemi e svolgono opera di solidarietà e ricostruzione. Ma le “buone pratiche” non hanno trovato ascolto nelle organizzazioni tradizionali, partiti, sindacati, corpi intermedi. Secondo l’autore “nulla è perduto e anche le nuove tecnologie possono essere ribaltate se si costruisce la voce di comunità intelligenti e la società si riprende lo Stato”.
Ma allora sarebbe bene avere uno sguardo un po’ anarchico, guardando anche alla storia delle forme di destituzione dei poteri, a quell’ “anarcheologia” che secondo Michel Foucault è l’insieme delle pratiche di revoca dei poteri, – e preferire la costituzione di spazi pubblici e non statali, per evitare confusione con ipotesi teoriche e realtà politiche che riportano il sovrano sul trono da cui è stato spodestato.
