
1.
Con la prima immagine guardiamo verso la Palestina e ascoltiamo: «Compro Gaza e ne farò unità immobiliare». La proposta di Donald Trump è quella di deportare arbitrariamente circa due milioni di persone o di mantenerle come stessero in riserve ‘indiane’. Appropiarsi di un territorio dopo aver contribuito a distruggerlo — finanziando e sostenendo le politiche genocide di Netanyahu — per poi ricostruirlo grazie ai contributi di altri Stati o di imprese desiderose di investirvi, e ripopolarlo con chi vorrà comprare casa e vivere nella ‘Riviera del Medio Oriente’.
Con la seconda immagine ci spostiamo a Stoccolma, il 23 agosto 1973, quando un uomo di nome Jan-Erik Olsson prese in ostaggio quattro impiegati nella camera blindata di una banca del centro della città, scatenando una crisi di sei giorni che diede nome a una psicosi oggi tristemente nota: «un legame emotivo sviluppato come meccanismo psicologico di sopravvivenza da parte di una vittima nei confronti del proprio aggressore».
2.
Frantz Fanon non pensa a partire da categorie astratte, ma dall’esperienza concreta del colonizzato. A partire dall’esperienza immediata dell’oppressione coloniale, ci parla — e lascia parlare — il corpo umiliato, la pelle segnata, la lingua imposta, la cultura disprezzata. Propone una fenomenologia dell’oppressione coloniale: esistenziale, perché intesa come parte dell’esperienza dell’essere, e rivoluzionaria, perché mira a trasformarla.
Secondo il filosofo, la cultura è un campo di battaglia: la cultura colonizzata è dapprima negata, perché disprezzata come ‘primitiva’, e poi esotizzata, perché ridotta a ‘folklore innocuo’; ma nella riappropriazione rivoluzionaria, nella prassi politica, la cultura diviene un’arma di lotta, viva e insorgente.
Le analisi di Fanon dialogano profondamente con le lotte antisistemiche del mondo e con le pratiche di resistenza e ribellione dei popoli indigeni del pianeta, quasi come se le esperienze straordinarie — o ‘estemporanee’1 — della Comune della Lacandona e del Rojava fossero una concreta realizzazione dell’orizzonte che egli descrive.2 In entrambi i casi, infatti, dei processi collettivi di auto-organizzazione e autodeterminazione hanno condotto i popoli maya del Chiapas e quelli curdi del Medio Oriente da un apartheid imposto nei fatti alla dignità di pratiche di autogoverno e di autonomia che rinnovano i codici della convivenza etica e politica del mondo. Perché, come spiega lo stesso Fanón, la lotta politica anticoloniale non è soltanto una maniera pratica per affrontare la realtà imposta, ma un processo di ricostruzione soggettiva: nell’azione rivoluzionaria, nella necessaria violenza che spezza le catene e scioglie i muscoli bloccati e repressi, i colonizzati ritrovano la propria dignità e umanità. Nella lotta, il colonizzato si trasforma e recupera la propria capacità d’agire. Nessun ritorno romantico al passato, ma una creazione di futuro.
Fanon rompe con l’universalità astratta della filosofia europea egemone ed esige di pensare a partire dall’esperienza concreta, non solo perché il potere si esercita sui corpi e sulle soggettività, ma perché il suo pensiero critico si mostra come rifiuto della metafisica occidentale egemonica e, con essa, degli assiomi fondamentali in cui affonda le proprie radici la cosmovisione moderna e industriale.
Mi si permetta una parentesi: ho imparato in Chiapas, leggendo Carlos Lenkersdorf,3 il termine ‘cosmovisión come cifra, direi, dell’indivisibilità di cultura e linguaggio, prassi, temporalità e territorio; ma nella maggior parte dei casi mi sembra che venga usato per parlare dei popoli indigeni come se loro avessero cosmovisioni e gli altri, cosa? La realtà scientifica? — Mi sembra importante riconoscere la modernità capitalista per ciò che è: una cosmovisione tra le altre, con i suoi assiomi e principi, logiche e modalità, forme e figure sociali. — Insomma, parlando a partire dall’esperienza vissuta del soggetto nero, che si costituisce in relazione con l’Altro, il bianco colonizzatore, Fanón esprime anche un altro modo di fare filosofia. Il colonialismo, ci insegna, è un sistema totale e un processo di disumanizzazione che attraversa corpo, mente, cultura, economia e politica: non domina soltanto economicamente, ma disumanizza il colonizzato, strappandogli la propria identità culturale, riducendolo a cosa. È, in questo senso, che il razzismo può essere inteso come la forma quotidiana in cui una tale disumanizzazione si interiorizza.
Il colonialismo produce soggettività alienate, tanto nei colonizzati, per via dell’interiorizzazione dell’inferiorità, quanto nei colonizzatori, per la loro necessità di superiorità. Il colonialismo agisce nell’inconscio, nel desiderio e nell’immagine dell’io, producendo un’identità fratturata, segnata dall’alienazione. Fanón utilizza categorie psicoanalitiche per spiegare tale interiorizzazione: il colonizzato assume un’identità imposta, un io alienato sotto maschere bianche. Ci parla di una epidermizzazione dell’inferiorità, quando il corpo stesso diventa marchio del disprezzo, producendo, per esempio, il desiderio di imbiancarsi — linguisticamente, culturalmente e socialmente — portando, appunto, una maschera. Così, il razzismo produce una scissione dell’io, genera soggettività divise tra ciò che sono e ciò che ‘dovrebbero’ essere secondo il colonizzatore.
3.
Immagino Fanon seduto in un’assemblea, tra filosofx, militanti sociali e internazionalistx; gli sguardi si incrociano, sento e noto che più d’unx tra i presenti si commuove: la poetessa femminista Francesca Gargallo Celentani parla della lotta delle donne indigene come di un ‘inconcepibile’ che mette in discussione i fondamenti della metafisica occidentale egemonica (Gargallo 2008). Jean Robert ci parla dell’enjundia, del conatus, che anima questi popoli ‘sentinella’, «senza quei paraocchi che si guadagnano nelle scuole, guardando la televisione o leggendo la stampa a pagamento» (Robert 2012). Márgara Millán, sottolineando che «se guardiamo alla loro temporalità e alla loro spazialità locale», il «discorso critico-politico di questi popoli in lotta in relazione allo Stato non smette di fornire una critica alle nozioni generali (universali e globali) di ‘politica’ e di ‘modernità» (Millán, 2014).
Ascoltandoli, mi appare sempre più evidente che la voce di questi popoli ci permette di radicalizzare la critica al capitalismo precisamente verso la sua cosmovisione, e sento di condividere profondamente le domande e lo sguardo della filosofa femminista Sylvia Marcos:
«Come possiamo sfuggire al pensiero unico proposto dalla Modernità? Come difenderci dall’accettare ciò che viene considerato ‘ovvio’ nei nostri mondi profondamente colonizzati? Come smascherare i binarismi reciprocamente esclusivi del pensiero dominante? Come sfuggire ai mandati della Modernità industriale capitalista?» (Marcos, S. 2024).
Queste assemblee e amicizie, immaginarie o reali che siano, ci permettono di condividere una certa filosofia critica, ci connettono alle alterità antisistemiche a cui rimandano le analisi e gli orizzonti dispiegati dall’opera di Fanon. Ciò che, a partire da questi dialoghi, «è possibile percepire e intuire nelle lotte dei popoli indigeni e dei movimenti antisistemici del pianeta, è l’avvento di un terremoto epistemologico: la loro lotta è a tutti gli effetti per il riconoscimento della dignità dei popoli indigeni e delle persone che vogliono organizzarsi senza bisogno di istituzioni statali e competizioni mercantili, e contro la cosmovisione e il sistema-mondo capitalistico». (Ferraris 2024)
È l’insurrezione e la costruzione quotidiana di modi di vita che esprimono crisi e alterità radicali rispetto agli assiomi, alla mentalità, alle posture, alle istituzioni e alle pratiche che il pensiero industriale moderno implica e impone. Immaginando come una costellazione unica tutti questi popoli, comunità e persone in lotta da secoli contro l’occidentalità coloniale in ogni parte del pianeta e secondo differenti calendari, si scorge la profonda opposizione a ciò che, con Abdullah Öcalan, possiamo chiamare ‘modernità capitalista’4.
Di fatto, l’homo oeconomicus non è nato spontaneamente: «è stato forgiato con il fuoco e con la spada, ovunque. La modernità si è imposta come stile di vita funzionale alle esigenze produttive per il mantenimento e il rafforzamento delle proprietà delle monarchie e dei poteri costituiti» (ibidem)
E se l’attuale ‘policrisi’ (Morin 1994), la crisi ecologica, sociale e civilizzatoria di oggi non fosse l’effetto collaterale di un meraviglioso progetto di sviluppo umano, ma la precisa conseguenza degli assiomi e dei principi etici, politici e filosofici di un sistema necrotico e anti-umano di dominio, morte e sfruttamento? E se non dovessimo intenderla come un effetto secondario, una deviazione, ma come l’espressione coerente della sua cosmovisione, non potrebbe essere che la scissione dell’io di cui ci parla Fanón, dalla prospettiva del colonizzato, sia qualcosa di analogo a ciò che molti di noi viviamo con angoscia nel non riconoscerci, per esempio, come Pater familias e soldati, perché la Logica coloniale è insita nella Ragione industriale moderna e capitalista?
E se dire che «è arrivata l’ora dei popoli indigeni» (EZLN, 11-3-01), come rivendicano insieme il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e i popoli zapatisti qui in Messico5, significasse anche che il recupero della loro dignità politica, epistemologica, gnoseologica e spirituale mostra in modo perspicace come il sistema capitalistico nella sua fase attuale, così come in quella di ieri, sia un sistema necrotico che produce soggettività divise in sé stesse e la negazione di tutto ciò che rifiuta di essere trattato come merce o come oggetto mercantile e statale?
E se il colonialismo criticato da Fanon fosse riconosciuto come parte essenziale dello sviluppo statale, perché è stato, di fatto, esercitato dagli Stati nazionali fin dalla loro nascita contro i popoli e le genti europee e di altre geografie come forma strutturante e performativa della loro stessa ragion d’essere? Non ci insegnano forse che ‘un popolo, un territorio e una lingua’ definiscono uno Stato? E non è forse questo qualcosa di innaturale e anti-umano? – e no, per favore, non nascondiamoci dietro l’idea di uno ‘Stato plurinazionale’, perché tale Stato tollera le differenze solo per i suoi interessi amministrativi e governativi, e in nessun modo le apprezza e le accoglie in quanto alterità.
4.
Molte, troppe domande. Allora, per concludere, torniamo alle immagini con cui abbiamo iniziato, affinché fioriscano ancora più domande.
La prima, la ‘Riviera del Mediterraneo’: The president ci sta facendo solo una proposta di land grabbing6 come parte di una strategia di pratiche acquisitive ormai ben diffuse o nella sua offerta vibra qualcosa di più violento e per alcuni ‘attraente’? Perché ricostruire un territorio o un paese sulla base dell’economia di mercato, in dialogo con Michel Foucault, non si potrà intendere come la proposta esplicita del progetto o dell’utopia neoliberale? E nella dinamica che descrive non si può leggere precisamente la logica del «distruggere-spopolare e ricostruire-ripopolare» (EZLN 16-07-2021), che è, secondo i popoli zapatisti, il modo specifico in cui si dà la Quarta guerra mondiale, quella del Neoliberismo o del sistema capitalista contro l’umanità?7 Ci stanno forse dicendo in faccia, finalmente senza maschere e menzogne, ciò che hanno sempre voluto secondo la Ragione Moderna, Bianca e Patriarcale: arricchirsi e dominare?
La seconda: gli ostaggi a Stoccolma. Di fronte alla violenza sempre più evidente del capitalismo predatorio e alla luce della critica al neocolonialismo formulata da Franz Fanón, emerge un’altra domanda inquietante. Il filosofo ci avverte che, senza una trasformazione strutturale profonda — economica e culturale —, l’indipendenza politica non riesce a spezzare le logiche e le forme del colonizzatore, poiché le piccole borghesie dei paesi colonizzati tendono a riprodurle. Non sarà che, quando accettiamo come ‘normale’, e persino come ‘democratico’, un mondo dove il benessere sociale si misura attraverso il consumo di beni e servizi mercantili e statali e di fronte a un modello sociale basato sullo sfruttamento complementare di alcune regioni del mondo e l’obnubilamento di altre all’interno di un sistema di consumo totale (Robert 2015), dimostriamo di aver interiorizzato così tanto la cultura del colonizzatore da desiderare i suoi stessi progetti, senza neanche metterli in discussione?
Infatti, eretici, streghe, ribelli, contadini arretrati e selvaggi sono stati incarcerati e uccisi a centinaia di migliaia, nelle ‘colonie’ come nelle ‘patrie’ della vecchia Europa; non sarà, dunque, che la ‘Storia’ scritta dai potenti abbia imposto l’oblio in un modo così radicale che oggi, per esempio, alcuni ‘cittadinx’ europei ci sentiamo figlx dello Stato e della modernità capitalista, senza renderci conto che stiamo esprimendo un ‘legame emotivo’ con lo Stato e con il capitale che rivela un’identificazione inconscia con i nostri aggressori? Un meccanismo psicologico di sopravvivenza che potrebbe essere descritto come ‘Sindrome di Stoccolma storica o culturale’?
Insomma, al crocevia tra diversi sguardi lanciati all’opera di Franz Fanón, vedo emergere l’opportunità politica di continuare a ripensare l’‘internazionalismo contemporaneo’ alla maniera di un’‘autocritica critica’ (Ferraris 2024): uno sguardo che, ovunque si dispieghi, sappia criticare le proprie certezze e convinzioni più radicate, le proprie storie, e mettere in discussione ciò che appare così ‘normale’, ovvio e ‘familiare’, per poi, o meglio, per, da lì, leggere criticamente il proprio presente. Le culture, ci insegna Fanón, si recuperano nella lotta, non nel folclore, ed è in questo senso che sento che l’orizzonte ‘internazionalista’ può dialogare con quel ‘umanesimo nuovo’, non eurocentrico, costruito dalla liberazione personale e collettiva di cui parla questo filosofo rivoluzionario.
Viva il ‘confederalismo democratico’ concepito dai popoli curdi come proposta reale e concreta per la pace in Medio Oriente! Viva i popoli e le genti che riempiono le strade, organizzati e in rivolta, quelli che quotidianamente costruiscono la storia e le uniche vere paci: quelle che si costruiscono dal basso.
- Il testo, qui tradotto in italiano, è stato scritto in spagnolo e presentato nel tavolo di lavoro ‘Fanòn hoy: zapatismo, confederalismo kurdo y lucha palestina’, il 9 ottobre 2025, durante Las jornadas Frantz Franon: pensador revcoluciuonario a cien años de su nacimiento, presso l’Auditorio Pablo Gonzales Casanova della Facultad de Ciencias Políticas y Sociales della UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México); organizzate dalla Coordinación de Sociología de la Facultad e dalla Sociedad Mexicana de Sociología. L’intervento, orale, inizia così: “Mi chiamo Diego Ferraris, grazie per l’invito, per tutto ciò che abbiamo condiviso finora, per quello che potrà nascere dalle eventuali complicità che emergeranno a partire da queste giornate, e per la vostra attenzione in questo momento. Non sono un esperto dell’opera di Frantz Fanon; sono piuttosto uno dei suoi lettori, uno di quelli che lo leggono come si ascolta un compagno. Vi parlo, infatti, come militante politico internazionalista, parte di un piccolo collettivo attivo tra il Messico e l’Italia: il Nodo Solidale. Dico ‘militante politico’ e ‘internazionalista’ con una certa cautela, perché ciò che oggi intendiamo per militanza politica — quando non ci riconosciamo nei partiti, nei sindacati classici o nelle strutture ‘dell’alto’, come diciamo noialtri —, e ciò che possa significare un ‘internazionalismo dal basso e a sinistra’, sono questioni aperte che dobbiamo continuare a pensare e a sperimentare. Le menziono, però, per situare lo sguardo da cui propongo leggere Fanon come parte di una comunità internazionalista planetaria, tanto immaginaria quanto pratica e concreta. Parlo, naturalmente, a partire da me stesso, dalla mia biografia ma come parte del mio collettivo, appunto, assumendo, però, in prima persona la responsabilità delle mie parole (anche se sono state lette dai/dalle mie/i compagn* di questo lato dell’oceano). / Situandomi come internazionalista in dialogo con l’opera di Fanon, mi si presentano due immagini…”
- Il riferimento implicito è all’uso del termine ‘extemporáneos’ utilizzato dalla Secretaría de Relaciones Exteriores dello Stato Messicano per definire gli e le zapatiste in occasione del Primo capitolo del Viaggio per la vita che realizzarono nel 2021 e di contro all’appropriazione zapatista dello stesso termine, compiuto battezzando ‘La Extemporánea’, una delle unità di ‘Escucha y Palabra’ con il quale affrontarono il viaggio organizzando decine di incontri e riunioni. Si vedano tra gli altri: EZLN 5-10-2020, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/05/sexta-parte-una-montana-en-alta-mar/; EZLN 16-07-2021, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/07/16/la-extemporanea-y-una-iniciativa-nacional/ ↩︎
- Partecipando al tavolo di lavoro, Fanón hoy: zapatismo, confederalismo kurdo y lucha palestina, il riferimento è esplicito: le espressioni ‘Comune della Lacandona’ e ‘Comune del Rojava’ si riferiscono rispettivamente alle esperienze rivoluzionarie di costruzione di autogoverno dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale in Chiapas, dal 1994 e tuttora in corso e dell’Amministrazione Autonoma della Siria Settentrionale e Orientale nata dalla ‘Rivoluzione del Rojava’ del 2012, ossia, dal processo di rivoluzione sociale in atto nel Kurdistan siriano. Si veda, tra gli altri: enlacezapatista.ezln.org; Baschet, J., Sin prisa pero sin pausa. Note per una storia critica dell’EZLN, Kairos, 2021, https://nodosolidale.noblogs.org/2023/08/18/sin-prisa-pero-sin-pausa-archivio-pdf/; https://kck-info.com; Michael Knapp, Anja Flach, Ercan Ayboğa, Revolution in Rojava: Democratic Autonomy and Women’s Liberation in Syrian Kurdistan, Pluto Press, 2016. ↩︎
- Sul concetto di ‘cosmovisión’ nell’opera di Carlos Lenkersdorf si vedano tra gli altri: Lenkersdorf, C., Conceptos tojolabales de filosofía y del altermundo, México: Plaza y Valdés, 2004; Lenkersdorf, C., Aprender a escuchar, México: Plaza y Valdés, 2008; Lenkersdorf, C., Filosofar en clave tojolabal, M. A. Porrú, Ed. México, 2002 (in via di pubblicazione in italiano, Massimi, Ferraris). E, piú indirettamente: Lenkersdorf, C., Noi, una realtá altra, Microstamperia, 2024; Lenkersdorf, C., Nosotros otra realidad, Comunicacao & política, mayo-agosto, 1999. ↩︎
- Si veda tra gli altri: Öcalan, Abdullah 2018, Sociologia della libertà. Manifesto della civiltà democratica, Punto Rosso. E più in generale sulla sua opera: ocalanbooks; puntorosso.it/libri-di-ocalan.html. ↩︎
- Si veda, tra gli altri: EZLN 01-01-1995, Tercera Declaración de la Selva Lacandona, enlacezapatista.ezln.org.mx/1995/01/01/tercera-declaracion-de-la-selva-lacandona; EZLN, 11-3-01, È l’ora dei popoli indigeni, Es la hora de los pueblos indígenas,enlacezapatista.ezln.org.mx/2001/03/11/zocalo-subcomandante-marcos-es-la-hora-de-los-pueblos-indios; El andar del CIG y Marichuy, congresonacionalindigena.org/category/el-andar-del-cig-y-marichuy ↩︎
- Pratica di acquisizione di vaste estensioni di terra da parte di imprese, governi o individui a fini di speculazione, estrazione e controllo delle risorse o della loro commercializzazione; è un fenomeno che sembra aver acquisito rilevanza a livello mondiale dalla crisi alimentare globale del 2007-2008 che è stato definito come ‘pratica di accaparramento delle terre’ — spesso accompagnata, in particolare, da processi di accaparramento dell’acqua — che ha segnato un nuovo ciclo in cui le corporazioni agroindustriali e altre imprese multinazionali dirigono tali processi con la complicità delle élite dei Paesi locali, appropriandosi di terre che contengono grandi quantità di risorse. ↩︎
- Sul concetto zapatista di ‘Quarta guerra mondiale’, si veda, tra gli altri: EZLN 20-06-1997, 7 piezas sueltas del rompecabezas mundial, enlacezapatista.ezln.org.mx/1997/06/20/7-piezas-sueltas-del-rompecabezas-mundial-el-neoliberalismo-como-rompecabezas-la-inutil-unidad-mundial-que-fragmenta-y-destruye-naciones/; EZLN 1-02-2003, ¿Cuáles son las características fundamentales de la IV guerra mundial?,https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2003/02/01/cuales-son-las-caracteristicas-fundamentales-de-la-iv-guerra mundial/#:~:text=Lo%20que%20caracterizaba%20esta%20guerra,presentarle%20una%20fuerza%20muy%20grande;; Nella tormenta. Interventi e comunicati dell’EZLN sulla guerra globale, https://nodosolidale.noblogs.org/2025/10/21/nella-tormenta/ ↩︎
