Coincidenza di memoria

Non succede di frequente che un evento insurrezionale coincida con un fatto filosofico-politico rilevante e che questo faccia parte di una storia della cultura ancora oggi minoritaria.
Anche nei momenti di maggior vicinanza dell’ipotesi storico-politica o artistica alle sollevazioni, cultura e presente storico divergono fino alla reciproca estraneità. Il surrealismo e la guerra di Spagna, la letteratura resistenziale e le azioni partigiane, il crollo del muro di Berlino e l’avvento di spazi e di una nuova narrativa sociale, – l’esperienza della storia del ‘900 si distende su due registri di senso a volte paralleli, a volte divergenti all’infinito, a volte indifferenti l’un l’altro, come se la lingua e la storia non fossero parte di un’unica forma della soggettività ma rimanessero indietro rispetto al senso che si attribuisce a quella forma.
Invece, nel favoloso e “terribile” 1977 storia e rivolta coincidevano in un evento editoriale. Si trattava della raccolta italiana di scritti di Michel Foucault, Microfisica del potere, curata da due importanti ricercatori indipendenti, Pasquale Pasquino e Alessandro Fontana che curava le edizioni dei corsi di Foucault al Collège de France. Corredato da un’intervista all’autore di Storia della follia e dell’Archeologia del sapere, il tascabile Einaudi della mitica collana Nuovo Politecnico raccoglieva alcuni interventi che dal 1968 alla metà degli anni Settanta, il genealogista che si aggirava in città, cosi definito da Gilles Deleuze, aveva realizzato insieme a studenti, giornalisti e militanti.
Proprio nel ’77, al culmine delle pratiche di conflitto che un nuovo movimento investiva di desiderio, si percepiva l’inessenzialità dei poteri che, al contrario di quanto sostenuto dalla teoria critica dei marxisti della cattedra, circolavano a frammenti all’interno dei diversi strati di una composizione sociale che non si riduceva ad un’unica classe. Quella emergenza rompeva la tradizione vetero-materialista e la dogmatica stalinista del partito, riassunta invece dal PCI governista del compromesso storico che sosteneva centralismo democratico e “leggi speciali”.
Le note acute di Microfisica del potere, che fecero conoscere Foucault al movimento italiano che leggeva avidamente “Rosso”, l’AntiEdipo e la posta del cuore di “Lotta Continua”, restituivano la vita in diretta di una soggettività di non garantiti alle prese con la violenta temperie della ristrutturazione post-fordista del capitalismo che riscriveva i rapporti tra saperi, verità individuale e regimi di disciplina sulla pelle della nuova generazione; ed era una generazione di “cani sciolti”, di gente che, pur militando nei gruppi, aveva un sano rifiuto del comitato centrale.
Il PCI che si faceva Stato, le leggi speciali di Cossiga e del ministro ombra degli interni Pecchioli (entrambi scritti col K), la lotta armata convertita in lotta al terrorismo per impedire l’espressione molteplice del movimento, il disgregarsi dei gruppi della sinistra extraparlamentare e l’urgente istanza di autonomia delle lotte, disegnavano uno scenario che restituiva puntualmente la realtà molecolare che Foucault indagava.
Donne, studenti, sottoproletari, operai che rifiutavano la rappresentanza sindacale e la lotta per il solo salario, un proletariato giovanile potente, ironico e gioioso che adoperava la lingua delle avanguardie artistiche, si riappropriava di tempi e spazi, suoni e immagini liberate dalla pesante e “sinistra” egemonia dei partiti di massa novecenteschi.
«Un risotto vi sommergerà» era uno dei principi di pensiero in cui molteplici pratiche di insurrezione si consumavano, contro i “baroni” dell’Università e la riforma Malfatti (il ministro dell’Istruzione di allora) e contro le imposizioni della rappresentanza sindacale.
Si inventava controinformazione: fanzines, Radio Alice e le radio libere, fumetti, Andrea Pazienza, il Male e i fragorosi laboratori di sperimentazione artistica e poetica, tra Sud, Napoli, Bologna, Roma e Milano; azioni di teatro-guerriglia provenienti dal ’68 diventavano happening e feste di piazza. Contro la speculazione immobiliare si mobilitava l’insieme dei bisogni sociali, le rivolte nelle carceri manifestavano la terrificante condizione di detenzione generalizzata, la cacciata del segretario della CGIL Lama dall’università decretava la fine del secolo del lavoro e della delega, mentre l’omicidio di Francesco Lorusso decretava la risposta dello Stato alla rivoluzione molecolare in atto.
I collettivi femministi, che fin dalla metà degli anni Sessanta avevano rovesciato il discorso patriarcale e maschilista di sessualità, inventavano una comunicazione autonoma anti-emancipatoria, mentre l’insieme del proletariato metropolitano riusciva, con un sapiente uso strategico di risorse scarse, a contrastare la repressione, l’eversione neofascista, i tentativi di golpe, la ristrutturazione territoriale del mercato del lavoro e la disoccupazione di massa in cui si condensava il dispositivo di modernizzazione dell’occidente liberaldemocratico.
Di tutto questo Microfisica del potere tracciava il diagramma. Nell’intervista a Fontana e Pasquino, Foucault, alla domanda sulla novità del concetto di “avvenimento” rispondeva che la miglior comprensione di un evento a più strati emerge da genealogie da comporre, da rapporti di forze, sviluppi strategici e tattici più che da grandi narrazioni simboliche, rappresentazioni sociali “molari” e ipotesi dialettiche.
Era quanto il movimento esprimeva: articolare il caos sociale, deridere le pretese di egemonia di apparati politici e sindacali, attaccare l’eteronomia linguistica del capitale con l’autonomia del desiderio, lottare i bisogni con l’autoproduzione.
«…Con il suono delle dita si combatte una battaglia che ci porta sulle strade della gente che sa amare» cantava la voce pazzesca di Demetrio Stratos, Area, mentre Foucault diceva che a partire dalle lotte quotidiane condotte «con quelli che si dibattevano nelle maglie più fini della rete del potere», si riattualizzava la con-ricerca, quella pratica di sapere prodotta dai soggetti sociali che contrastava la scienza triste dell’economia. «Quel che fa si che il potere regge…è che non pesa solo come una potenza che dice no, ma che…attraversa i corpi, produce delle cose, induce del piacere, forma del sapere, produce discorsi; bisogna considerarlo come una rete produttiva che passa attraverso tutto il corpo sociale molto più che come un’istanza negativa che avrebbe per funzione di reprimere».
Il 5 luglio esce su “Lotta Continua” il “Manifesto contro la repressione” firmato da una trentina di intellettuali tra cui Sartre, Simone de Beauvoir, Foucault, Deleuze, Guattari. Dal 22 al 24 settembre a Bologna il convegno contro la repressione fu il momento più intenso di legittimazione di un movimento che scardinava la politica con la pratica della piazza, che annunciava il tempo senza futuro, che viveva “qui e ora” la rivoluzione che era collettiva e irriducibile.
La teoria dei bisogni dell’allora contestativa Agnes Heller era realtà di compagni e compagne in festa e in amore che disfacevano nello spazio di una notte l’orrenda violenza di Stato. Nietzsche ballava con un Marx leggero, antidialettico, folgorante nel rifiuto del lavoro; perchè «ciò di cui abbiamo bisogno è una filosofia politica che non sia costituita intorno al problema della sovranità, dunque della legge. Bisogna tagliare la testa del re; non lo si è ancora fatto nella teoria politica».
L’autonomia non era solo una soggettività organizzata ma spontanea collettività insorgente di nuova vita che urlava il godimento antiedipico, faceva “punk” dell’ordine e della sorveglianza sui corpi. Gli “untori”, così eravamo definiti dai nuovi tutori dell’ordine, PCI e sindacato, sono stati autori e autrici, attori e attrici di una politica che riusciva a «…staccare il potere della verità dalle forme di egemonia…all’interno delle quali per il momento funziona».
Il “personale è politico” del femminismo nel ’77 raggiungeva punte alte di autodeterminazione che riverberavano con esiti contraddittori su tutto il movimento. Si acuivano gli scontri con il leaderismo maschile. Collettivi lesbo-gay costituivano le realtà-guida delle trasformazioni delle relazioni affettive.
Nella conversazione di Deleuze con Foucault, «…In realtà questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione…questo controdiscorso fatto dai prigionieri o da quelli che sono chiamati delinquenti, è questo che conta, e non una teoria della delinquenza».
La presa di parola dei “matti”, dei “degenerati”, dei marginali, dei “puniti” e la forma stessa del tribunale, del manicomio, del carcere, «appartiene ad un’ideologia della giustizia che è quella della borghesia»; e vale per tutte le discipline: la famiglia, la scuola, la caserma, l’ospedale psichiatrico. «Dovunque è presente, il potere si esercita. Nessuno ne è titolare in senso stretto; e tuttavia si esercita sempre in una certa direzione…; non si sa esattamente chi lo abbia; ma si sa chi non lo ha». Per questo «il discorso di lotta non si oppone all’inconscio, si oppone al segreto». Nel ’77 i segreti di Stato emergevano segreti alla verità della fine della sua (dello Stato) sovranità. I concerti autoridotti, parco Lambro l’anno prima. Il re era davvero nudo.
Dopo, niente fu più lo stesso. L’omicidio di Giorgiana Masi e la vendetta di Stato, dopo il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro, malgrado la “linea della fermezza” fosse contrastata dal movimento che reclamava “né con lo Stato né con le BR”, furono atroci. Il 7 aprile ’79 centinaia di militanti furono arrestati, accusati di appartenere o di fiancheggiare le BR. Anni e anni di carcere hanno annullato la possibilità di un’elaborazione collettiva di questa storia ancora in corso. Ma la memoria ci consente un esercizio di diserzione permanente. E questo esilio mai consumato ci permette di raccontare un passato che non passa, almeno fin quando non si riconoscerà che le istanze di liberazione sono insopprimibili e che, come diceva Foucault, ogni potere implica una resistenza.
