Di una vita possibile nel secolo deleuziano

Idee per un laboratorio filosofico. 4. I foucaultiani

Una teoria del divenire scompone l’archivio storico-filosofico e sovverte il governo della città che è oggi governo della vita esercitato tramite politiche di morte.

Su questo piano si posa felicemente la raccolta di saggi di Rosi Braidotti, Deleuze. Il desiderio di divenire, che raccoglie alcuni scritti degli anni 2011-2019, rielaborati per l’occasione. L’impulso non può che rompere l’ordine di stesura che l’autrice ha dato alla giusta sequela del pensiero di Deleuze, oggetto e soggetto di diversi tributi che nel trentennale della scomparsa hanno riorientato il senso dell’opera del filosofo rispetto a precedenti interpretazioni che ne hanno bagnato la carica esplosiva.

Femminista postumana, artefice di un pensiero nomade perseguito con gaia creatività, fautrice di una delle svolte significative della teoria femminista, Rosi Braidotti ha assunto la genealogia radicale della differenza iscrivendola nella mutazione antropologica della modernità di fine XX secolo: l’epoca del silicio è la stessa epoca postcoloniale in cui la secolare soggettività patriarcale ‘bianca’ occidentale, surclassata dalle insorgenze di altri mondi, reagisce con guerra e genocidio alle istanze dei diritti che essa stessa aveva pronunciato a partire dal XVIII secolo.

Qui la filosofa rimette in sequenza alcuni luoghi ignei della filosofia di Deleuze e della eccezionale opera eco e psicopolitica condotta insieme a Felix Guattari, da L’AntiEdipo a Millepiani, a Divenire molteplice e a Tre ecologie, testi che oggi sono aria pura da respirare a pieni polmoni.

La pensatrice, “allieva non edipica”, ricostruisce la temperie storico-filosofica francese degli anni settanta del secolo, in genere definiti ‘poststrutturalismo’ e traccia una cartografia insieme solidale e idiosincratica delle importanti insorgenze filosofiche di quegli anni fenomenali che hanno nomi quali Michel Foucault, Luce Irigaray, Jacques Derrida, nonchè le decisive analisi del capitalismo di Jacques Debord e in opposizione, dell’operaismo italiano, fino alla lucida risoluzione analitica, oggi essenziale, di Franco ‘Bifo’ Berardi.

Scegliamo questa sequenza che comprende il femminismo italiano della differenza di Luisa Muraro e Adriana Cavarero e il gesto rivoluzionario di Carla Lonzi, perchè c’è un dato generazionale che è ineliminabile nella genealogia delle e dei ‘deleuziani’ che va da Spinoza a Nietzsche a Foucault –  genealogia distesa agli estremi del secondo ottocento da Marx e da Bergson. Il dato è che pensatrici e critici dell’annus terribilis, il 1977, a cui apparteniamo, hanno vissuto e praticato la gioiosa e radicale estraneità al mondo nella produttiva lotta in e contro di esso.

Questa costatazione non comporta un giudizio di valore sulle generazioni successive, perchè il presente è stato già giudicato per il modo in cui rincorre l’attualità disfacendo l’inattuale; è piuttosto una presa di posizione sul rilievo delle differenze storiche tra la stagione delle controcondotte e le possibilità di incidere controstorie nel roccioso fondale della storia recente.

In questo senso l’originale posizione ‘deleuziana’ è che tutti i possibili divenire ripartiscono le generazioni tra coloro che sono stati partecipi della micropolitica che ha investito il capitalismo postindustriale negli anni settanta del secolo scorso, e lettori e lettrici attuali e futuri di Deleuze, come di Foucault, – alle prese con la distruzione del mondo che non permette alcun rifugio alla critica e costringe ad approntare precari ecoambienti di resistenza.

Da questa provenienza che non annulla la distanza, anzi, la avvicina al nostro sguardo sempre preoccupato di marcare l’identità del soggetto (per lo più maschile) della filosofia, il laboratorio di una filosofia possibile convoca la critica che ha seguito in maniera più diretta la traccia ecopolitica del pensiero di Deleuze tra Italia e Francia nella giusta fuga delle eterotopie e delle recenti sintesi in chiave filosofico-politica del suo pensiero.

Un insieme di pratiche avrebbe dunque il senso di riaccostare un pensiero desiderante ai testi di Deleuze per saggiarne l’effettiva portata. Nel far questo è utile indicare tre momenti da cui osservare la potenza generativa dell’opera del filosofo: L’Introduzione all’edizione francese dell’opera di Nietzsche, del 1967 in accordo con quella olandese e italiana di Colli e Montinari; l’Introduzione alla vita non fascista di Foucault per l’edizione americana dell’AntiEdipo nel 1977 e il fenomenale corso su Foucault del 1985-’86, ripubblicato quest’anno.

Nei tre episodi, la distanza di Deleuze da Foucault che Braidotti segnala si riduce quasi a zero, senza che si annullino le differenze tra archeologia e piani di immanenza, governamentalità e assolutezza del pensiero, tecnologie del ‘sè’ e pratiche di desoggettivazione.

Indichiamo questo divergente accordo sia per essere giusti con Foucault oltre la ricorrenza centenaria della nascita (1926-2026), sia per restituire ad una possibile filosofia di inizio millennio la contingente eternità sovversiva che Deleuze le ha aperto.

Deleuze e Foucault progettavano diverse vie di fuga dai dispositivi di normalizzazione, l’uno indicando le composizioni possibili di affetti e i possibili divenire contaminanti, non duali ma rizomatici, l’altro mostrando gli a priori storici delle diverse epoche dell’occidente. Ciò significava ritrovare il canto nietzscheano degli istinti contro la volontà di sapere: la conoscenza non proviene dal conoscere ma implica violenza. Il ritornello non è replica di saperi accumulati ma allegra derisione nell’incontro di corpi di piacere. Contro la conoscenza bisogna ridere e detestare e ridevano insieme Foucault e Deleuze della seria attitudine del soggetto filosofo (maschile per lo più), gonfio e paludato che prende di petto la storia della metafisica, mentre Deleuze prendeva i filosofi ‘da dietro’.

I saggi del volume di Rosi Braidotti entrano nella filosofia di Deleuze dalla soglia storico-politica più importante, il femminismo e la soggettività nomade, che incontra la natura postumana del capitalismo prossimo venturo, che introduce l’essere-per-la-morte nell’estrazione di vita, risorse, corpi e intelletto.

Ciò che si coglie nei testi è anzitutto l’intensità di una ricerca che, dall’esperienza unica dell’Università di Vincennes si è snodata nelle contaminazioni di pratiche e pensiero, nel divenire-donna e nelle tecno-mutazioni oltreumane in cui madri, mostri e macchine apparivano per la prima volta come soggetti che destituivano identità costituite e differenze di genere, classe, sesso, razza e condizione sociale, assumendone in pieno le differenze.

L’ultimo capitolo della silloge è il primo a segnare l’esito della filosofia dell’autrice. In un tributo antiedipico scritto sul quotidiano “il manifesto” per la scomparsa di Deleuze c’è il senso di una filosofia dell’avvenire: abbandonare la purezza disciplinare, la grandeur, e spingere verso un sapere molteplice in cui si costituisce un soggetto a mille piani. Fisica e matematica, cinema e pratiche discorsive, arte e sperimentazioni di sè e del mondo saranno forme del dispositivo parola/immagine.

É inevitabile che questa prassi comporti la trasformazione del rapporto tra pensiero e vita, tra filosofia e mondo ed è urgente svincolarsi dalle passioni tristi e reattive e fare entrare la gioia nella composizione di una forma di vita.

Sulla scia di Foucault, Deleuze sostiene la dissolvenza delle identità imposte dal tardo patriarcato, liberandoci dagli apparati di cattura del nostro immaginario. É un compito infinito far esplodere il dualismo sessuale, conosciuto anche come sistema di genere che rinchiude le differenze in identità inscalfibili. Come Foucault anche Deleuze ci esorta a liberarci dalla sessualità, quella tossica e mefitica tanto più violenta quanto più è proclamata in nome di Dio, Patria e Famiglia. In questo consiste la politica nomade che “desidera evolvere verso una modalità post-identitaria, aperta e multisessuata, oltre il binarismo” e i suoi microfascismi diffusi.

I due saggi del 2011, Discontinuità e divenire e Femminismo materialista, siglano la critica deleuziana del marxismo e della psicoanalisi. Nei testi di Deleuze esplodono la risata di Alice nel paese delle meraviglie e il godimento di Arianna, fidanzata di sua maestà il filosofo, in una linea di fuga a velocità variabili dei divenire-altro, molecolare, animale, impercettibile in cui sono presi l’uomo dei lupi, il presidente Schreber, le isteriche e tutta la congerie di triangolazioni familiari che mettono il desiderio sotto la legge.

Alla fine la filosofia diviene sapere comune, cioè laboratorio di tecnologie del sè che sono trasformazioni del proprio rapporto al mondo senza attendere l’autorizzazione del maestro. In questa costituzione la contraddizione è tra il generico divenire molteplice e minoritario dei corpi e il singolare “divenire soggetto della donna”. Ma se si qualifica la differenza non come divenire  assoluto, bensì come qualità di una soggettività molteplice, ogni costituzione soggettiva risulta affetta da una destituzione di identità.

Invece, è difficile fare esperienza di un corpo senza organi nell’epoca del tardo capitalismo che genera organi senza corpi. Nell’attuale logica cognitiva “che spinge le conoscenze della materia vivente a nuovi estremi, sta sorgendo una nuova fase del patriarcato ad alta potenza tecnologica” che cattura la cartografia di identità situate (donne, marginali, persone LGBTQIA+, migranti, popolazioni non occidentali) negli stessi saperi che esse producono. Questa emergenza è testimoniata dal rilievo sempre più scarso delle politiche di posizionamento e dell’intersezionalità, che invece di trasformare corpi e linguaggi e generare una memoria transgenerazionale e “non lineare”, assumono luoghi statici di rivendicazione.

L’essere “radicate oltre che fluttuanti” seguendo la scrittura di Virginia Wolf non assicura i caratteri comuni delle molteplici differenze, a meno che non siano affette da un Fuori che può assumere la potenza di un evento.

Per chi scrive, una filosofia dell’immanenza radicale incarnata in “un’etica relazionale e situata” sarà investita da una trascendenza, proprio perchè “non coincide più con il campo ristretto delle differenze anatomiche, nè con quello codificato della sociologia del genere”. Se è spinta dal desiderio, la filosofia salta dal piano di immanenza e incontra l’evento “che circola nel mondo e si porta appresso suoni, colore, odori, respiri e sapori che superano l’umano”.

Un’etica nomade, libera dalla morale, rischia, come diceva Foucault, il coraggio della verità. Non contenuta dal discorso giuridico, dalla sfera dei diritti, dalle rivendicazioni identitarie e dalla giustizia distributiva, elabora un’attenta selezione di elementi del pensiero. Si tratta di cercare la giusta composizione di affetti per “divenire gioiose delle nostre competenze relazionali”.

Il parallelismo corpo-mente suppone una ragione affettiva e dinamica. Sulle fasi di questa progressione conviene seguire Spinoza con la sorpresa della composizione di affetti per effettuare sostituzioni più o meno prudenti con altri regimi di affetti e desideri. Etica è essere degni di una costituzione di desiderio che non è il nume tutelare del soggetto, ma l’apertura faticosa a quanto è transindividuale. Pensare ‘bene’ fa vivere meglio. Ma questo ‘meglio’ non è il ‘bene’ per i segregati, massacrati, deportati, bombardati. Dunque, prima dell’etica, c’è la presenza di altri mondi maggioritari che affettano il piano di immanenza che individua le singolarità che lo attraversano.

Secondo la figura razionale di Deleuze, il diagramma, una superfice continua orizzontale o obliqua è profilata da punti di singolarità che la spezzano in linee di territorializzazione e la formano in spazi di deterritorializzazione. Si strutturano così macchine desideranti mondiali che sono le popolazioni, tanto celibi quanto miste, in regimi di contaminazione che scompaginano i piani di esistenza delle politiche mondiali. La grande macchina molare caotica è mossa al suo interno da dispositivi di potere microfisici  ed è limitata da esteriorità reali più intime di qualsiasi interiorità.

La conoscenza, il pensiero, l’arte e la scrittura, la politica dei corpi e la corporeità di relazioni sono esteriorità con intensità e durate qualitative diverse. In questo acuto, la filosofia è più presa di realtà di qualsiasi concretezza. La coalescenza di reale e virtuale fà si che le possibilità si realizzino all’impotenziale e l’attualità si virtualizzi. Per questo, nel secolo deleuziano un nuovo archivista potrà fare dell’archeologia del sapere un’archeologia del presente, di cui la filosofia di Deleuze sarà divenuta il principio.

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