INDIGENI IN TUTTA LA TERRA

Dal mondo periferico dell’anarchismo indigeno giunge No spiritual Surrender, il forte diario psicopolitico di Klee Benally, poeta, musicista post-punk, artista e performer sopraffino, scomparso nel 2023 a 48 anni, autore di un’ingente e acuminata serie di scritti che testimoniano l’entità del genocidio culturale della nazione indiana.

Nato e cresciuto nelle terre della nazione Navajo-Diné, Benally racconta la sua vita di resistenza a Flagstaff, Arizona, dopo esser stato deportato dalla Black Mesa, violata come le S. Francisco Peaks per l’estrazione di risorse e per far posto a resort sciistici. Nella sperimentale veste grafica approntata da Robin Book Gang, che, grazie ad una proficua operazione di crowfunding, ha tradotto il testo, gli scritti di Benally aprono e chiudono il tempo dei massacri compiuti dal colonialismo “bianco” tra Little Big Horn e Wounded Knee, iscrivendoli nella lingua Navajo. Il maggior pregio del ricco volume è di aver ricostruito niente di meno che la storia generale del colonialismo di insediamento dell’America e di averlo fatto condensando una biografia rivoltosa, non semplicemente “attivista”.

Per farsi un’idea della lunga storia coloniale che presiede alla costituzione degli stati euroatlantici, Benally ricorda che dalla fine del 1500 al 1840 gli invasori spagnoli, poi messicani, tentarono di conquistare i Diné senza riuscirci. La violenza religiosa dei conquistadores codificata nel Requerimiento del 1510: “con l’aiuto di Dio entreremo potentemente nel vostro paese e vi muoveremo guerra in tutti i modi”. L’insurrezione fallita, guidata da Toypurina, del 1785. L’inserimento della “dottrina della scoperta” nel 1823 nel diritto statunitense per negare i diritti territoriali dei popoli indigeni. La rivolta dei pueblo nel 1860. L’imposizione di scuole e sistemi linguistici europei a generazioni di bimbi indigeni. Il divieto delle cerimonie tradizionali,  delle pratiche spirituali e di praticare l’arte medica nel 1892. L’occupazione dell’ex-prigione di Alcatraz nel 1969 e di Wounded Knee nel 1973. Alle soglie dei secoli della modernità appare  la traiettoria della doppia storia di quella che Michel Foucault ha chiamato guerra delle razze che culmina nel razzismo di stato. In questo spazio si situa la sublime arte spiritual-politica di Benally. Con il punk-rock dei Blackfire, la band prodotta da C.J. Ramone, Benally suonava canti tradizionali e musica di protesta. Su Youtube se ne possono godere alcuni estratti e ascoltarlo in due notevoli interviste. Vi si racconta di arti e cure di una terapeutica ancestrale, di espropri ed ecocidio, ma soprattutto di una sapienza politica delle lotte indigene che trascende l’irritante nativismo di radici, suolo e identità esibita. Frutto di resistenze secolari, la storia coloniale si proietta così in una salutare dispersione, mantenendo intatta l’antica arte del racconto, risorsa estrema contro lo sterminio, impiegata nella danza felice che celebra la potenza della madre terra.

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