Il resto e l’intervallo

Luca Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, Il Melangolo, Genova 2026


C’è una domanda che attraversa in silenzio Il tramonto dell’umano di Luca Taddio e che forse dice del libro più del suo stesso titolo: che cosa deve permanere perché la trasformazione dell’umano non coincida con il suo tramonto? Il richiamo inevitabile a Spengler potrebbe orientare verso scenari crepuscolari che nel volume trovano, in realtà, scarso appoggio. Il tramonto, per Taddio, non è un destino già scritto. È una possibilità inscritta nella metamorfosi in corso, e tra trasformazione e tramonto corre una differenza sottile che dipende da ciò che saremo capaci di custodire mentre l’umano cambia forma.

Per comprendere pienamente questa tesi conviene tuttavia fare un passo indietro. Il tramonto dell’umano non nasce isolato. Nel precedente Pensare digitale Taddio aveva già predisposto una sorta di mappa introduttiva verso una filosofia della differenza adeguata al nuovo ambiente tecnico. “Mappa”, appunto, più che sistema: perché il digitale non può essere compreso come un oggetto delimitato posto di fronte a un soggetto immutato, ma come un processo che modifica continuamente le relazioni tra uomo, tecnica e mondo e costringe anche il pensiero a modificare le categorie attraverso cui lo interpreta.

È questa premessa a impedire di leggere il nuovo libro come una difesa nostalgica dell’uomo contro la macchina. Se il reale si costituisce attraverso relazioni, trasformazioni, ibridazioni, l’umano stesso non possiede una forma intangibile da sottrarre alla storia. La tecnica non è un’aggiunta tardiva alla sua natura: appartiene alla vicenda attraverso la quale l’uomo esteriorizza facoltà, costruisce ambienti e, costruendoli, trasforma se stesso. La domanda non è dunque se l’uomo debba ibridarsi con la tecnica. L’ibridazione è già accaduta e continua ad accadere. La vera domanda è quale forma di vita possa emergere da essa.

La figura scelta da Taddio per descrivere la nostra condizione è quella della crisalide. Non siamo più interamente dentro la configurazione moderna dell’umano e non siamo ancora oltre di essa. Abitiamo una forma che trattiene il precedente mentre prepara una metamorfosi irreversibile.

L’immagine è decisiva perché impedisce due letture opposte e ugualmente semplicistiche. Non c’è nel libro la promessa progressista secondo cui ogni trasformazione produrrà necessariamente una forma più evoluta; non c’è neppure la certezza apocalittica che la tecnica conduca inevitabilmente alla scomparsa dell’uomo. Ogni metamorfosi può generare nuovi ordini di senso oppure ridurre il senso alla pura funzionalità, produrre nuove forme simboliche oppure una desertificazione mascherata da efficienza.

Taddio assume perciò una postura diagnostica. Non domanda se la tecnica sia buona o cattiva, questione ormai troppo elementare; domanda quale forma di mondo produca una tecnica divenuta ambiente e che cosa accada al senso quando il mondo viene progressivamente organizzato come spazio operativo.

La trasformazione è ontologica prima ancora che sociale. La tecnica, nata come esteriorizzazione delle funzioni del corpo, non è più soltanto uno strumento di cui l’uomo dispone: è diventata l’ambiente entro cui si svolgono esperienza, conoscenza, comunicazione e azione. Velocità, connessione permanente, previsione, ibridazione uomo-macchina, crescente equivalenza tra verità e funzionamento configurano un nuovo modo di stare al mondo.

Il passaggio cruciale è dal mondo come spazio di senso al mondo come spazio di operazioni. Il mondo continua naturalmente a esistere, ma rischia di cessare di presentarsi come ciò che oppone resistenza, attrito, imprevedibilità e proprio per questo genera significato.

Taddio insiste significativamente su parole come scarto, distanza, eccedenza, resistenza. L’ambiente tecnico tende a diventare tanto pervasivo da scomparire come costruzione storica e presentarsi come la natura stessa delle cose. La figura della ragnatela rende bene questa condizione: un ambiente che anticipa progressivamente l’azione, neutralizza l’imprevisto, riduce l’esperienza a informazione processabile e predispone lo spazio del possibile prima ancora che il soggetto lo incontri.

Anche l’immaginazione viene investita da questa trasformazione. Se vuoto e indeterminazione sono continuamente saturati da immagini, testi e risposte immediatamente disponibili, la facoltà dell’altrimenti rischia di essere preformata dallo stesso apparato dal quale dovrebbe poter prendere distanza.

L’esito di questa trasformazione ha per Taddio un nome preciso: nichilismo digitale. Non è però il nichilismo classico della caduta dei valori supremi. Non proclama il nulla. È piuttosto una progressiva indifferenza al senso prodotta dal funzionamento stesso del sistema.

Una delle immagini più riuscite del volume è quella dell’intelligenza artificiale come Biblioteca di Babele. La disponibilità potenzialmente illimitata dell’informazione non coincide con la conoscenza; può anzi produrre una sorta di metafisica della saturazione del dicibile. Quando tutto è virtualmente disponibile, diventa sempre più difficile stabilire ciò che conta. L’organizzazione integrale del possibile rischia di rovesciarsi nella sua indistinguibilità: vero e falso, essenziale e irrilevante finiscono per giacere sul medesimo piano operativo.

Il nichilismo digitale non nasce dunque dalla scarsità delle possibilità, ma dalla loro equivalenza. Non dal vuoto, ma dalla saturazione.

E qui conviene introdurre una distinzione che il libro suggerisce indirettamente e che permette, a mio avviso, di radicalizzarne la diagnosi. Vi sono almeno due forme di caos.

Il primo è il caos che precede la forma: l’indeterminato originario, il grembo da cui qualcosa può ancora emergere perché non tutto è già deciso. È un caos generativo. Presuppone scarti, tagli, esclusioni attraverso i quali un mondo prende forma. Il secondo è invece il caos che segue la saturazione delle possibilità: non l’indeterminato da cui qualcosa può nascere, ma l’equivalenza dentro cui ogni possibilità è già presente e proprio per questo nessuna pesa realmente più delle altre. È il caos terminale della Biblioteca di Babele, dove tutto è già scritto e proprio per questo nulla viene veramente detto.

La somiglianza tra i due è ingannevole. Il primo è apertura; il secondo è chiusura per eccesso.

Qui il nichilismo digitale mostra una caratteristica decisiva: non elimina il possibile, lo svuota della propria struttura esistenziale. Un possibile integralmente disponibile, revocabile, reiterabile, sostituibile rischia di cessare di essere possibile nel senso forte del termine. Perché il possibile umano è tale anche in quanto implica esclusione, perdita, irreversibilità. Scegliere significa che qualcosa, scegliendo, non accadrà.

Una possibilità che non costa nulla, che non esclude e che può essere sempre richiamata, rischia di trasformare la scelta in semplice selezione fra alternative.

Il problema non è dunque l’infinito delle possibilità, ma un infinito senza perdita.

E’ su questo sfondo che acquista rilievo una delle osservazioni più profonde del libro: nella Biblioteca di Babele la verità perde il carattere di evento.

Un evento è qualcosa che accade e, accadendo, modifica irreversibilmente il prima e il dopo. Un ambiente dominato dalla riproducibilità, dalla disponibilità e dal ripristino tende invece a rendere ogni esperienza richiamabile, reiterabile, sostituibile. Il paradosso è evidente: mentre l’esperienza viene resa sempre più reversibile, la trasformazione complessiva dell’apparato tecnico appare irreversibile. L’irrevocabile sembra quasi trasferirsi dal vissuto al sistema.

Ciò che accade al soggetto può essere cancellato, sostituito, archiviato, reiterato; ciò che accade al sistema sembra invece appartenere a un movimento senza ritorno. L’irreversibilità viene così confiscata all’esperienza e monopolizzata dal processo della megamacchina

La ragnatela assume allora un significato più inquietante. La ragnatela non distrugge immediatamente la preda: la conserva immobilizzandola. Analogamente, il rischio dell’ambiente digitale non consiste necessariamente nell’eliminazione dell’uomo, ma nella sua conservazione dentro un mondo in cui i possibili non previsti dall’apparato divengano progressivamente impraticabili. Non la morte dell’uomo, dunque, ma una vita perfettamente funzionante nella quale qualcosa dell’esperienza del vivere sia divenuto inoperante.

Le pagine conclusive del libro indicano però anche la via per non trasformare questa diagnosi in destino. Taddio si domanda se, entro le condizioni tecniche in cui vivremo, possa essere custodito uno spazio che non si lasci interamente possedere.

È un passaggio decisivo. Ciò che deve essere salvaguardato non è un’essenza immutabile dell’uomo, né il repertorio delle facoltà che le macchine non saprebbero imitare. È un resto, qualcosa che rende possibile il senso proprio perché resiste alla completa appropriazione.

La risposta alla domanda iniziale sembra allora delinearsi: affinché la trasformazione non coincida con il tramonto deve permanere una non-coincidenza. Deve restare uno scarto fra l’uomo e ciò che lo descrive, fra il soggetto e il suo profilo, fra il mondo e la sua rappresentazione, fra ciò che accade e ciò che è già previsto.

È precisamente qui che il percorso di Taddio incrocia una ricerca che chi scrive conduce da tempo attorno alle categorie dell’Irreparabile e del Tra. Il Tra indica l’intervallo che si apre fra due esseri e che nessuno dei due possiede, la de-coincidenza originaria senza la quale non vi sarebbero relazione, libertà, responsabilità e senso.

La prossimità è evidente, ma proprio per questo la differenza può essere precisata. Nel libro di Taddio il resto sembra soprattutto qualcosa che dobbiamo decidere di proteggere come irriducibile. Nella prospettiva del Tra, invece, la non-coincidenza non viene istituita dalla nostra decisione: la precede. Non siamo mai perfettamente coincidenti con noi stessi, con l’altro, con il mondo. Il compito non consiste dunque nel produrre lo scarto, ma nel custodirlo dall’occultamento.

La tecnica non può annullare ontologicamente il Tra; può però renderlo inoperante, riempirlo, saturarlo di risposte, previsioni, stimoli e rappresentazioni. Non nullificazione, quindi, ma occultamento funzionale.

Sotto questo profilo alcune parole disseminate da Taddio – attrito, scarto, distanza, eccedenza, resto – sembrano convergere verso una stessa domanda: come impedire che l’integrazione tecnica trasformi la differenza in pura variazione interna al sistema?

La proposta forse più interessante del volume consiste nella re-interiorizzazione della tecnica. Se la tecnica è stata dapprima esteriorizzazione delle facoltà umane e questa esteriorizzazione ha finito per costituire un ambiente relativamente autonomo, il compito non può essere né arrestare il processo né semplicemente adattarvisi. Occorre riportare la tecnica dentro il tempo del giudizio e della responsabilità.

È un’intuizione importante, soprattutto se si considera proprio il riferimento al tempo. Il giudizio richiede latenza, esitazione, confronto, maturazione. La grammatica dell’apparato digitale – velocità, previsione, ottimizzazione, risposta immediata – tende invece a ridurre questo intervallo. Re-interiorizzare la tecnica significa allora anche riprendersi il tempo necessario perché una risposta possa diventare veramente una decisione.

Occorre tuttavia precisare il concetto. Non si tratta di “digerire” la tecnica all’interno di un soggetto allargato, come se l’ibridazione riuscita coincidesse con una perfetta assimilazione. Sarebbe, paradossalmente, un’altra forma di coincidenza.

L’alternativa non è tra purezza dell’umano e contaminazione tecnica. È fra ibridazione generativa e ibridazione assimilativa. L’uomo deve poter trasformarsi attraverso la tecnica conservando la possibilità di prendere posizione rispetto alla trasformazione che lo attraversa.

Per questo forse la formula più adeguata è: ibridarsi senza coincidere.

E la re-interiorizzazione dovrebbe essere pensata meno come appropriazione della tecnica che come riappropriazione del limite. La tecnica deve essere reinserita in distanze, ritmi, soglie, mediazioni. Il giudizio non nasce nell’immediatezza dell’interiorità individuale: ha bisogno di scuola, politica, relazioni, istituzioni, linguaggi condivisi. Il tempo del giudizio è anche un bene comune.

Da qui acquista significato una funzione propriamente catecontica: trattenere non per arrestare la trasformazione, ma per impedirle di consumare il tempo necessario a giudicarla.

È significativo che a una soglia simile giungano, quasi contemporaneamente, due discorsi provenienti da universi teorici assai differenti: la fenomenologia post-metafisica del digitale di Taddio e Magnifica Humanitas, l’enciclica che affronta l’intelligenza artificiale dal punto di vista della dignità della persona, della libertà, della responsabilità e del limite.

L’enciclica paventa ciò che Taddio tematizza: la possibilità che lo sviluppo della tecnica non si limiti a cambiare gli strumenti dell’uomo, ma finisca per mutarne la forma di vita. Essa offre criteri di discernimento affinché questo passaggio non conduca alla perdita dell’umano; Taddio analizza invece dall’interno la metamorfosi già in corso e non esclude che dall’ibridazione possa nascere un’altra forma di vita.

Due sentinelle collocate su torri lontane segnalano, dunque, uno stesso pericolo: che l’umano perda quello spazio di non-coincidenza grazie al quale può ancora giudicare la potenza di cui dispone.

Da questo punto di vista, ciò che nell’enciclica appare come custodia della persona e ciò che Taddio chiama resto inappropriabile sembrano indicare, attraverso linguaggi differenti, la necessità di preservare una distanza che nessun sistema dovrebbe poter saturare interamente.

Resta tuttavia una domanda che eccede il libro e insieme, credo, ne radicalizza la diagnosi.

La filosofia pensa giustamente il digitale e si domanda che cosa resti dell’uomo quando i processi tecnici inglobano la sua vita nell’ambiente computazionale. Ma una filosofia che voglia guardare alla totalità della trasformazione contemporanea deve porre anche un’altra domanda: che cosa resta del mondo della vita se al processo digitale si sovrappongono il collasso ecologico-climatico, l’erosione irreversibile della biosfera e la possibilità, tornata drammaticamente pensabile, dell’impiego di armi nucleari?

Qui il concetto stesso di tramonto incontra un limite. Il tramonto conserva sempre una promessa temporale: qualcosa finisce, qualcos’altro potrebbe cominciare. La crisalide può produrre un’altra forma.

Ma la crisalide, per schiudersi, presuppone che vi sia ancora un mondo.

La crisi ecologica e la potenza distruttiva raggiunta dall’uomo introducono una possibilità diversa dalla metamorfosi: una perdita senza erede, una fine senza nuova forma. Non si tratta più soltanto di chiedere quale umano succederà all’umano moderno, ma se resteranno le condizioni terrestri, biologiche e politiche entro le quali una nuova forma di vita potrà ancora apparire.

L’ambiente computazionale non è il mondo. Dipende dalla Terra, dalle risorse, dall’energia, dalla biosfera, da comunità storiche e da un ordine politico capace di non autodistruggersi. Nessuna sopravvivenza digitale dei dati equivale alla sopravvivenza del vivente; nessuna simulazione sostituisce un ecosistema irrimediabilmente perduto.

Per questo pensare digitale non esaurisce il compito filosofico del presente. Occorre, forse, pensare l’Irreparabile.

L’Irreparabile nomina precisamente ciò che interrompe l’idea, profondamente tecnica, secondo cui ogni perdita può essere compensata, ogni danno corretto, ogni limite superato da una potenza futura. Vi sono soglie oltre le quali non si produce un nuovo equilibrio, ma viene meno la possibilità stessa di ricominciare.

L’uomo contemporaneo non possiede soltanto una capacità senza precedenti di trasformare sé stesso. Possiede anche la capacità di compromettere le condizioni che rendono possibile ogni trasformazione successiva.

È qui che la questione diventa anche teologica. Nell’ambiente algoritmico la domanda di Dio può spegnersi perché la tecnica tende a occupare il luogo della mancanza, della speranza, dell’attesa, traducendo tutto in previsione e disponibilità. Ma nella dissoluzione del mondo della vita si profila qualcosa di ancora più radicale: non soltanto una domanda di Dio che non viene più pronunciata, ma il possibile venir meno della voce stessa capace di pronunciarla.

Il problema non è allora soltanto se l’uomo sopravvivrà alla tecnica. È se il mondo sopravvivrà alla potenza tecnica dell’uomo.

Ed è forse questo l’orizzonte più ampio nel quale collocare oggi il libro di Taddio. Il tramonto dell’umano ha il merito di mostrare che il digitale non è più un semplice strumento, ma l’ambiente nel quale una nuova forma di vita sta prendendo corpo e l’umano finora conosciuto può tramontare. Proprio questa diagnosi, portata fino alle sue conseguenze, obbliga però a interrogare anche ciò che nessuna nuova forma potrebbe sostituire: il mondo che rende possibile ogni forma.

Il tramonto dell’umano, se verrà, non sarà dunque necessariamente l’esito di una legge della storia. Potrebbe essere l’esito di una custodia mancata.

La trasformazione avanza e non chiede permesso; la coincidenza, invece, non è mai necessaria. Si può essere ibridi senza coincidere, trasformarsi senza consegnarsi integralmente alla propria trasformazione. Ma questa possibilità richiede un mondo ancora abitabile e un intervallo ancora aperto.

Custodire quel Tra significa allora qualcosa di più che custodire l’uomo dalla macchina. Significa custodire la possibilità stessa che vi siano ancora un uomo, un altro, un mondo, e un pensiero capace di oltrepassarli.

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