Discorso di accettazione del Frantz Fanon lifetime achievement award
(Trad. Diego Ferraris)

Come sfuggire al pensiero unico proposto dalla Modernità? Come difenderci dall’accettare ciò che viene considerato ‘ovvio’ nei nostri mondi così profondamente colonizzati? Come smascherare i binarismi mutuamente escludenti del pensiero dominante? Come sfuggire ai dettami della Modernità industriale capitalista?
La presenza di Fanon nel mio percorso è stata monumentale. Mi ha guidata in modo sottile, dolce e silenzioso, indiretto. Non sembra nemmeno il Fanon forte della sua storia personale – oggi così discussa. La sua presenza così attuale, oggi, mi porta a tracciare i sentieri che ho percorso con la sua guida.1
La mia lettura, appena uscita dalla Facoltà di Psicologia della Benemerita Universidad Autonoma de Puebla (BUAP), fu orientata da una guerrigliera guatemalteca, Amalia de Rivera. Studiavamo i libri di Fanon che allora inondavano l’America Latina. Sono figlia di quelle prime traduzioni che leggevamo noi guerriglieri dell’epoca per formarci. L’editore François Maspero (Parigi, Francia) cedette i diritti, su impulso di Che Guevara, per tradurre Fanon in spagnolo. Erano gli anni in cui il continente latinoamericano era attraversato da movimenti radicali di contestazione e per la giustizia sociale. Avevo allora contatti in Bolivia, con i rivoluzionari guevaristi ispirati da Fanon. Studiavo i suoi libri, I dannati della terra e Per la rivoluzione africana (che possiedo ancora e che ho appena riletto, nelle edizioni messicane del Fondo de Cultura Económica del 1969 e del 1972). Pelle nera, maschere bianche fu il trattato sulle patologie psicologiche che mi insegnò a riconoscere i danni inflitti alla psiche dal colonialismo brutale, che svilisce e rende inabili. Mi insegnò a non formulare una diagnosi patologica senza prima studiare il contesto e, come lo chiamava Fanon, la sua ‘sociogenesi’. Con ciò, rompeva immediatamente con l’individualizzazione patologica delle proposte psicoanaliste. Proposte che non ho mai accettato nella mia carriera, né nella mia pratica clinica (e ancor meno quando militavo assiduamente nel movimento antipsichiatrico e femminista), dopo aver studiato Fanon. E che non le ho mai usate come riferimento, se non per criticarle. La mia traiettoria è stata in realtà fanoniana, anche se non mi aspettavo che qualcuno lo carpisse. In fondo, neanche io ne ero così consapevole! Fino ad ora: congratulazioni alla Caribbean Philosophical Association! E a Lewis Gordon per aver riconosciuto il Fanon che è in me.
Uscivo dalla lettura di Fanon e mi confrontavo con l’interpretazione patologico-clinica che lui stesso criticava. Alla Facoltà di Psicologia si consideravano in chiave clinica la svogliatezza e l’apatia degli indigeni e dei contadini poveri messicani, la loro violenza incontenibile, la loro ‘bassezza morale’ e la loro passività lavorativa (rispetto allo sviluppo capitalista), come tratti della ‘Psicologia del Messicano’ (Santiago Ramírez, Francisco Pineda, Octavio Paz). Psicoanalisti e grandi poeti non comprendevano come il colonialismo brutale e la discriminazione forgiassero l’essere umano colonizzato come ‘indolente e pigro’, violento. Ma Fanon me lo spiegava.
Così, in modo graduale e lungo tutto il corso della mia vita, sono andata recuperando spazi di apprezzamento e di riconoscimento dei valori ancestrali di questi popoli d’America. Una vita intera di molteplici ricerche che confermano ciò che Fanon osservò in Algeria, in Tunisia e in diversi Paesi africani, e nelle culture arabe, che non erano nemmeno le sue, come non lo sono le mie, che non sono indigena d’origine.
Insomma, questa sono io, plasmata dalla sua influenza, quando ero una giovane psicologa alla ricerca di vie di liberazione, impegnata con i popoli Nahua dello Stato di Puebla. Nahua sottomessi, allora, a uno sfruttamento che si accompagnava al disprezzo e allo svilimento, Nahua soggetti alla negazione della propria dignità che incontravo ogni giorno andando a lezione nell’edificio dell’Università. Un ex convento gesuita espropriato dal governo laico di origine spagnola. Questo era il mio contesto.
Così è iniziato il cammino nel quale ho costruito e deciso di porre il mio sguardo analitico su ciò che spesso sfugge alle rivendicazioni dell’attivismo sociale – che rispetto e con cui collaboro. Ho lavorato per integrare l’analisi descolonial2 e la lotta per la ‘giustizia epistemica’. Una ricerca di matrici epistemiche nascoste nelle pieghe della memoria e del tempo (ancestrale) che rivelano un altro modo di stare al mondo. È una forma di ‘a-disciplina’ che emerge oggi dalle pratiche del CIDECI Unitierra nel Chiapas zapatista.3
Saggio e lotto, pensando e scrivendo, ispirata dallo zapatismo concreto, comunitario, comunale,4 che rivela e combatte lo sfruttamento, ma che allo stesso tempo recupera le profondità epistemiche di quei mondi ancestrali mesoamericani.
I miei libri riconoscono i valori dei popoli originari di queste terre. Lettura di tradizioni a radice orale mi ha resa anche un’esperta internazionale nella metodologia per lo studio delle tradizioni di trasmissione orale.
Incorporare le pratiche di conoscenza parla di un fare mentale con il corpo, riflette diversi sforzi volti a integrare le influenze dei mondi filosofici con cui si intrecciano in relazione dialogica. Si incontrano con un’episteme che coniuga corpo e mente, materiale e immateriale, senza fratture né contraddizioni. È l’episteme di apparenti ‘contrari’ in congiunzione. Non è la colonizzante ‘logica dei contrari’, esposta da Jacqueline Martinez e Lewis Gordon.5
Proseguo, quindi, citando Lewis in inglese circa la sua profonda revisione di Jacqueline: «Si unisce ai teorici del Sud globale che mettono in discussione la logica dei contrari presente nella maggior parte delle episteme coloniali. In questi ultimi domina una forma di manicheismo inteso come ‘interi autosufficienti’ che strutturano il pensiero. Tale logica persiste finché si riesce a mantenere la separazione tra questi ‘interi autosufficienti’, nei quali non vi è alcuna interazione culturale o, ancor più radicalmente, di qualsiasi altro tipo. Ne consegue un evidente crollo della comunicabilità».
«I teorici del Sud globale mettono in discussione la logica dei contrari che caratterizza la maggior parte delle episteme coloniali». La mia ricerca sul pensiero e sulla cosmologia mesoamericana dimostra che questa logica dei contrari, in cui non vi è interazione tra interi autosufficienti, è assente.
Al contrario, è la complementarità il nodo su cui si fonda questa logica locale indigena e mesoamericana.
Tale complementarità implica che ciascun polo sia il referente dell’altro. Questi sono mutuamente costitutivi. La mascolinità, ad esempio, è definita solo in relazione alla femminilità, e viceversa. Lo stesso vale per dualità secondarie come caldo/freddo, destra/sinistra, giorno/notte. La distanza reciproca tra i poli determina così la specificità della loro opposizione: una distanza crescente permette l’attenuazione del contrasto, l’emergere dell’ambiguità e persino la reversibilità dell’uno nell’altro. Un campo fondamentale in questo senso è il concetto di ‘otroa compañeroa’.6
Vi invito a leggere Taken from the Lips7 per scoprire i concetti di dualità (non dualismo), fluidità di genere, equilibrio e complementarità che strutturano il pensiero mesoamericano. Fanon mi ha fatto da guida.
Ora ritorno allo spagnolo.8 Mi muovo in entrambe le lingue con facilità – perché sono forse il prodotto del colonialismo e del regime capitalista del Nord Globale sui Paesi dell’America Latina, e in particolare sul Messico. Per questo mi sono impegnata a scoprire ed esporre le particolarità speranzose di un pensiero ‘indigeno’ mesoamericano che offre nuovi percorsi di liberazione – come avrebbe detto Fanon per l’Algeria.
Il riconoscimento di questa caratteristica ‘fusione dei contrari’ fa parte della decolonizzazione epistemica in corso. È una ricerca di ‘giustizia cognitiva’, come ho proposto insieme ad altrx pensatorx descoloniali.9 Consiste principalmente nel recuperare e dar voce a un aspetto di questo ‘processo cognitivo muy otro [assai altro, n.d.t.]’. Si stabiliscono mediazioni e si articolano affinità epistemiche. Si individuano flussi e fessure per comprendere a fondo.
La pseudo ‘Conquista del Messico’ fu un’invasione sanguinosa e distruttiva. Fanon mi fornì strumenti per comprendere tutto ciò dal Messico, il mio paese, dove molti storici professionisti ci hanno raccontato una storia colonialista di benefici portati dall’arrivo improvviso, violento e distruttivo del continente europeo nelle nostre terre, massacrando e catechizzando la vita e le forme del percepire l’essere nel mondo e nell’ambiente.
Per questo, oggi, rendo omaggio a Fanon. Per questo ho accettato il premio (non sono incline ai riconoscimenti ufficiali dall’alto, ma provenendo da compagni fanoniani, ho aperto il mio cuore a riceverlo). Il più grande onore nella mia lunga vita è poter associare il mio essere e il mio agire a Fanon, che mi ha sempre guidata e mi ha insegnato con la sua presenza vitale nel mio inconscio.
Ringrazio immensamente per l’onore che mi fa ricevere questo riconoscimento legato a Frantz Fanon, specialmente per l’impatto che il suo pensiero ha avuto su di me. Leggerlo è stato profondamente rivelatore: ho trovato in alcuni suoi concetti uno specchio di intuizioni che già mi accompagnavano. È stato senza dubbio un fattore scatenante per il mio incontro con l’antipsichiatria, e per le mie lotte antipsichiatriche al fianco di Franco Basaglia, Félix Guattari, Michel Foucault, David Cooper, dialogando, attraversando l’Europa e partecipando al nascere del movimento in Messico e in America Latina.
Queste proposte critiche antipsichiatriche e descoloniali si basano su un ascolto lungo, silenzioso e rigoroso che cerca di sfuggire agli assiomi del pensiero dominante della modernità capitalista per sostituirlo con un pensiero unitario, ma plurale, che invita a percepire e concepire un pluriverso epistemico ancora da scoprire.
Frantz Fanon continua a ispirare cammini di liberazione.
E continua a essere qui con me.
*Sylvia Marcos, Frantz Fanon Lifetime Achievement Award, Caribbean Philosophical Association, Quintana Roo, Messico, 27 giugno 2024
Note ———————————————————–
- Vorrei riportare qui la voce di una giovane latinoamericana che lesse e assorbì il Fanon de I dannati della terra nel 1972. Era una latinoamericana che si potrebbe definire una “guerrigliera” di quegli anni, la cui proposta di lettura critica del libro mi risultò estremamente ispiratrice. Mi sentivo identificata con Fanon, e questa identificazione mi ha accompagnata per tutta la vita. Soprattutto quando lessi il capitolo V, Guerra coloniale e disturbi mentali. Avevo appena terminato la mia formazione come Psicologa Clinica presso l’Università Autonoma di Puebla. Ed è a quel Fanon che devo l’ispirazione che mi ha permesso di comprendere meglio la violenza esercitata dalla colonizzazione sui dominati e sugli sfruttati. I diversi percorsi di alterazione clinica e mentale che possono derivare dal nascere e dal vivere sotto il giogo coloniale. Essendo Fanon uno Psichiatra di formazione francese (Lione, Francia) e un rappresentante del sapere medico francese, il suo pensiero rappresentò, per me, una introduzione a una nuova modalità di riflessione capace di nutrire anche i rivoluzionari – e io allora lo ero… e lo sono ancora oggi. La mia pratica clinica è stata guidata dal suo approccio ai diversi problemi “mentali”, tanto di coloro che soffrivano le violenze del regime colonialista, quanto degli effetti patologici che affliggevano coloro che esercitavano il dominio coloniale, come la pratica della tortura, inevitabilmente violenta. La loro angoscia per aver esercitato la violenza coloniale, come la tortura contro altri, in particolare contro gli indigeni algerini – come narrato da Fanon -, la ritrovavo nei racconti dei miei compagni guerriglieri. I fenomeni descritti da Fanon, che leggevo con avidità, mi sembravano analoghi a quanto osservavo nella mia pratica clinica presso l’Hospital psiquiátrico y general di Puebla. Nelle mie difese dei ricoverati psichiatrici internati contro la loro volontà, all’interno del movimento antipsichiatrico, inaugurai così le mie tecniche fanoniane, oltre all’ermeneutica critica sulle origini delle malattie e degli squilibri mentali. Tale postura si fondava I maniera assai diretta sulla lettura di Fanon: fu così che, pur senza allora riferirmi esplicitamente alla decolonizzazione, applicai le tecniche psichiatriche critiche di Fanon, ispirandomi alla sua pratica clinica in Algeria. In lui esisteva una fusione pratica e simbolica tra l’esercizio della consulenza clinica e la sua posizione rivoluzionaria. Per questo credo che il suo pensiero critico sia ancora oggi vivo e continui a ispirarci. ↩︎
- ‘Descolonial’ è la variante messicana del termine ‘decoloniale’: con la aggiunta della ‘-S’ marca la continuità tra il movimento decoloniale e l’esperienza messicana qui citata, che nel proprio agire critico rivendica l’uso del termine ‘descolonial’ come parola realmente esistente nell’attuale spagnolo parlato in Messico che è frutto della riappropriazione messicana della lingua castellana, ossia dello spagnolo portato dai colonizzatori. [n.d.t.] ↩︎
- Il Centro Indigena de Capacitación Integral, CIDECI Uni-Tierra de San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico, è una scuola dei saperi, delle arti e dei mestieri di ispirazione cattolica per giovani indigeni. Dal 2006 ospita e promuove attività politiche, artistiche e socio-culturali autonome insieme all’ dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e al Congreso Nacional Indigena (CNI). Inoltre dall’agosto 2019 al 2024, ha condiviso il suo territorio con il Caracol zapatista Jacinto Canek e la Junta de Buen Gobierno Zapatista, Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todos. [n.d.t.] ↩︎
- Il riferimento esplicito è allo zapatismo contemporaneo incarnato dall’EZLN, si veda enlacezapatista.mx.org [n.d.t.] ↩︎
- S. Marcos fa riferimento e cita direttamente due dei precedenti oratori: Jacqueline M. Martinez, attuale presidenta della Caribbean Philosophical Association, e Lewis R. Gordon, suo co-fondatore e tra i principali interpreti contemporanei del pensiero fanoniano; figure centrali nella promozione e nell’orientamento intellettuale del Premio Frantz Fanon, fortemente connesso al pensiero decoloniale e alla filosofia della liberazione. [n.d.t.] ↩︎
- Riferimento al concetto politico zapatista con cui l’EZLN si riferisce a le dissidenze di genere, si veda Sylvia Marcos, Otroa compañeroa. Emergenza contemporanea con radici ancestrali, archeologiafilosofica.it [n.d.t.] ↩︎
- Si veda, Sylvia Marcos, Taken from the Lips. Gender and Eros in Mesoamerican Religions, Bill Leiden, Boston, 2006; Tomados por los labios, Genero y eros en Mesoamérica, Ediciones Abya-Yala, Ecuador, 2011 [n.d.t.] ↩︎
- Come detto il testo passa qui dallo spagnolo all’inglese e vi ritorna. [n.d.t.] ↩︎
- Sylvia Marcos. Los saberes de los pueblos y la cosmovisión descolonial (Conferencia magistral, Universidad Autónoma del Estado de Morelos, 7 de junio de 2023). ↩︎
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