
I soldati del reparto d’élite dell’IDF schizzano su fogli di block-notes gli edifici di Gaza visti dai droni. É la mappa approntata da ‘Lavender’, il sistema di Intelligenza Artificiale usato dall’IDF per individuare i bersagli, tutta la popolazione della Striscia, e bombardarli.
Sui tetti di Tel Aviv, Yuval Abraham, regista insieme a Rachel Szor di Naza, in questi giorni nelle sale dopo aver vinto il Premio Speciale della giuria alla Biennale Cinema, chiede a questi soldati che hanno scelto di parlare, di raccontare come la guerra ibrida sia l’ultima versione, la più letale, dello sterminio di un popolo, oltre la soglia della tradizionale distinzione amico/nemico.
I registi insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdam Ballal nel 2023 hanno realizzato No Other Land (Oscar per il miglior documentario 2025) filmando la progressiva distruzione del villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, tutt’ora in corso. Naza si basa sulle inchieste giornalistiche del ‘Guardian’ e delle riviste ‘+972’ e ‘Local Call’ che insieme al quotidiano israeliano ‘Haaretz’ in questi anni sono state coraggiose voci di verità contro la pesante reticenza sul genocidio di gran parte dell’informazione. Prodotto da Jonathan Glazer, regista di La zona di interesse, il documentario ha avuto inizio quando Hamdam Ballal ha subìto ritorsioni.
Il film, considerato unanimemente una delle migliori opere di inchiesta e di denuncia degli ultimi anni, ha suscitato le proteste del governo di Israele (e speriamo che si limiti a queste in vista delle elezioni il 27 ottobre) che ha accusato i registi di tradimento dello stato, ma il documentario è sostenuto dalla solidarietà mondiale che si è manifestata giorni fa alle Nazioni Unite, quando la gran parte dei delegati dei paesi rappresentati ha lasciato l’aula all’inizio del discorso di Netanyahu.
‘Lavender’ è il sistema di Intelligenza Artificiale che opera con un algoritmo che penetra, intercetta, controlla e decide i bersagli umani, uomini, donne, bambine, calcolando per difetto e con massima imprecisione il numero di ‘naza’, cioè di effetti collaterali da uccidere nelle case e nelle strade.
Il sistema di A.I. precede l’errore senza calcolarlo. “Non è stato colpito”, o “ne abbiamo uccisi 15 ma lui (il capo di Hamas) non c’era”. ‘Lavender’ è agito da tecnici-soldati che per il fatto di essere tali, cioè di lavorare con la macchina di morte, sono convinti di una doppia immunità, etica e operativa. Come soldati eseguono gli ordini, come tecnici operano seguendo protocolli ordinari. Alla domanda, “ma siete voi a premere ‘invio’ – la risposta è, “sì ma gli effetti non sono provocati da noi”.
La percezione di corpi viventi è evacuata dal sistema della macchina in cui bisogna credere, altrimenti, dice uno dei soldati, “tutto è perduto”. Questa è la superfice di sapere-potere del ‘sistema’ che riduce corpi a linguaggio-macchina e, da questa parte dell’interfaccia che è quella della nostra parte di mondo, un linguaggio tecnico lavora corpi disincarnati.
I disegnini dei palazzi di Gaza con la distribuzione dei piani, degli appartamenti e delle famiglie che ci abitano, spiegano come ‘Lavender’ intercetta tutte le conversazioni. L’algoritmo associa parole ricorrenti come ‘papà’ e ‘casa’ ai profili virtuali dei capi o reclute di Hamas,e questa, dice uno dei soldati è solo la parte visibile dei massacri.
I palestinesi sono tutti bersagli, colpiti di notte mentre dormono perché è più semplice, ma, come abbiamo visto in questi anni, sono anche colpiti ‘per gioco’ nelle file per il cibo, bombardati negli ospedali, incarcerati e torturati, deportati a sud della Striscia per ‘finire il lavoro’, che invece continua dopo l’istituzione del Board of Peace con la pulizia etnica in Cisgiordania.
Ogni guerra oggi è definita “esistenziale” dai poteri. Dunque, la domanda esistenziale che Naza rivolge alla politica mondiale è: “come fai a dormire la notte?”. Il potere dorme la notte perché il suo vuoto è invisibile, mentre le immagini mostrano questo vuoto come la sua piena realtà.
Nella notte di Israele Naza è un trattato sulla guerra come ‘gaming’, come produzione di terrorismo di stato e come terra incognita in cui vive il superuomo pronosticato da filosofie accelerazioniste e praticato dagli oligarchi suprematisti delle bigtech. L’antico ‘potere che frena’, il kathekon cristiano rieditato dalla recente filosofia politica si è dissolto nel potere che accelera l’estinzione. Gli antichi nemici non sono più nemici, sono effetti collaterali; mirare e sparare da remoto alza l’adrenalina, si è in uno stato di grande euforia – si gode.
Non è la prima volta. Dalla guerra del Golfo alla guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre, all’invasione dell’Iraq nel 2003, sistemi d’arma comandati da remoto accompagnano e sostituiscono la guerra sul campo.
Ma c’è anche un’altra realtà che emerge dall’oceano delle immagini quotidiane: la sottile e flagrante verità di un’estetica politica che lavora dall’interno la menzogna del potere. Il documentario mostra senza parole che la vera guerra non è mai stata contro Hamas, con cui prima del 7 ottobre Israele faceva accordi in funzione anti-ANP (pur compromessa da scandali e corruzione) ma contro i palestinesi; che la storia dell’ “unica democrazia” del ‘fu’ medioriente è culminata nella decisione di non considerare la storia centenaria della diaspora contraria alla costituzione di uno stato nazionale; che la distruzione di un popolo è l’autodistruzione di uno stato.
Storici e analisti hanno osservato in questi anni che la distruzione di Gaza è la distruzione di Israele. Il documentario mostra questa realtà marginale rispetto alla realtà dei massacri ma percepibile come effetto collaterale storico-politico: la triste quotidianità serale di TV accese, esercizi ginnici, relax sul divano e tavole apparecchiate con bugiarde luci soffuse sono le istantanee scattate dai tetti mentre i soldati parlano di ciò che si sa ma non si può dire e mentre aerei, razzi ed esplosioni attraversano i 60 chilometri di cielo che separano la città dalla Striscia.
Il governo delle popolazioni oggi è esercitato all’incrocio di un conflitto tra democrazia e sicurezza, tra bisogni economici e sociali e guerre dei confini, tra accumulo di ricchezza e potere di estinzione.
I tecnici-soldati sono espressioni di questa società che non è l’eccezione della parte di mondo che abitiamo ma la sua normale configurazione etico-politica. L’attuale tecnologia di governo è la normalità. La normalità quotidiana, microfisica che, nel caso di Israele, è lo stato di guerra.
Lo storico Omer Bartov, in un libro recente, Nell’abisso, ha interpretato questa realtà, anticipandola in un articolo sul ‘New York Times’ dal titolo: “Sono uno studioso del genocidio. L’ho conosciuto quando l’ho visto”. Una delle considerazioni svolte da Bartov riguarda la totale incapacità della società israeliana di provare empatia per la popolazione di Gaza.
I sommersi e i salvati negano la loro condizione. In questa parte di mondo questa negazione fà la complicità dell’Europa e di ciò che fino a ieri era il cosiddetto ‘occidente’. Gli stati hanno visto e vedono ma questi stati e i loro governi hanno rapporti stretti con Israele, partnership commerciali, accademiche e industriali e sono sempre più dipendenti da dispositivi d’arma e tecnologie israeliane. Queste relazioni sono intensamente sostenute da potenti lobbies nei palazzi dell’Unione Europea.
Naza mostra i lacerti dell’archivio visuale dell’urbanistica che conferma le parole di Edward Said: all’edificazione di Israele corrisponde la distruzione dei palestinesi. La prima pietra di Tel Aviv agli inizi del ‘900, l’edificazione della città attraverso l’occupazione e l’esproprio, la metropoli moderna degli anni settanta. Gaza City ha condiviso con Tel Aviv la modernizzazione urbanistica. Oggi a Tel Aviv rimane solo una delle antiche case palestinesi, collocata come un reperto archeologico e tutti gli edifici di Gaza sono macerie.
Questa archeologia urbanistica è stata tracciata anni fa dall’architetto e attivista Eyal Weizman, che ha fotografato le rovine di Gaza dopo uno dei tanti attacchi dell’esercito di Israele e ha raccolto le immagini nel progetto Forensic Architecture e in un libro del 2013, Il minore dei mali possibili. Il progetto continua oggi con ‘The architecture of Genocide’, una ‘cartografia profonda’ della Striscia con la topografia militarizzata dei tunnel e le immagini delle violenze delle campagne di guerra di Israele.
Uno dei soldati dice che il reparto d’elite, alle dirette dipendenze del premier, ha il mandato di impedire qualsiasi richiesta palestinese di aiuto e qualsiasi iniziativa di sostegno alla popolazione palestinese nelle sedi internazionali che sono considerate minacce alla sicurezza nazionale. Lo stesso soldato dice che la politica di Netanyhau, incriminato dalla Corte Penale Internazionale, è non far nascere uno stato palestinese. Questa politica, peraltro superata dalla realtà del genocidio implica il proseguimento senza fine della guerra all’Iran e i bombardamenti del nord della Siria e del sud del Libano a causa di Hezbollah.
La propaganda del sionismo religioso passa per la distruzione delle comunicazioni e la criminalizzazione della realtà che conferma lo sterminio come politica con altri mezzi. Ma come è ormai palese, quanto più si vuole affossare la verità tanto più la verità emerge. Non è l’unica, ma è quella di una politica di morte contrastata dalla presenza nel mondo di circa 8 miliardi di persone. Per questo Gaza è diventata globale, come la sua arte, la sua poesia, le sue danze e i suoi canti. Le immagini possono mostrare questa realtà che è l’indice storico del presente.
