Slavoj Žižek, punto zero

Punto zero, pubblicato appena un mese fa da “Il Saggiatore” nella traduzione di Olimpia Ellero, si inserisce nella serie di brevi interventi con cui Slavoj Žižek prova a leggere le contraddizioni del presente. Il concept del libro è connesso a un episodio preciso, il discorso tenuto dal filosofo alla Fiera del libro di Francoforte il 17 ottobre 2023, quando le sue parole furono interrotte da contestazioni mentre invitava ad ascoltare anche la voce palestinese nel conflitto mediorientale. Dalla violenza a Gaza alle guerre commerciali sui dazi, dalla polveriera del Medio Oriente al conflitto in Sudan, dall’ascesa dei nuovi “signori feudali” del digitale fino alla crisi dei principi su cui si è fondato l’immaginario occidentale, Žižek passa in rassegna alcuni dei principali nodi del mondo contemporaneo per interrogarsi su quale sia il “momento di parlare”. La tesi che attraversa le pagine, infatti, è che proprio quando la parola può ancora incidere sulla realtà, quando ci si trova al punto zero, il silenzio non sia più un’opzione.

Žižek è uno dei filosofi contemporanei più influenti e discussi, autore di un’opera sterminata che attraversa filosofia, politica, cinema, letteratura e cultura di massa. Chi lo segue, sa che ciò che lo distingue da gran parte degli intellettuali del suo tempo è la capacità di leggere gli eventi dell’attualità globale, dalle guerre alle crisi economiche, dai populismi alle trasformazioni tecnologiche, attraverso categorie teoriche solide, senza rinunciare all’intervento pubblico. Il suo nucleo filosofico, radicato nell’incontro tra Marx, Hegel e Lacan, gli consente di interpretare fenomeni apparentemente contingenti come sintomi delle contraddizioni più profonde delle società contemporanee. Polemista brillante e spesso controverso, Žižek è oggi una delle voci più riconoscibili del dibattito internazionale, capace di passare con disinvoltura dall’analisi geopolitica alla critica culturale. E chi apprezza il suo stile diretto e a volte paradossale non rimarrà deluso da queste pagine.

La riflessione del libro, lo dicevo prima, prende avvio da un’immagine politica ed esistenziale insieme, il “punto zero” come luogo della caduta, ma anche come campo base da cui ricominciare. La figura di Lenin scalatore, costretto a ritirarsi senza tradire la causa, diventa il modello di una fedeltà non trionfalistica; arretrare, riconoscere la sconfitta, tentare ancora.

Il punto zero non è però solo una metafora della sconfitta. Secondo Žižek, ogni tentativo di sfuggire alla catastrofe collettiva anziché affrontarla produce effetti peggiori della crisi stessa e porta alla violenza brutale e autolesionista, oppure a una paura viscerale e paralizzante. Il punto zero è il luogo in cui la disperazione della nostra società smette di essere rimandabile. Lo si può evadere temporaneamente, attraverso la distrazione, il cinismo, l’ideologia, ma l’evasione è sempre parziale e provvisoria. L’unica risposta possibile è non voltare lo sguardo dal caos, ma ricominciare a pensare, senza scorciatoie, dal livello più basso che si è raggiunto. L’idea è particolarmente efficace, e sembra ribaltare quella “fenomenologia della fine” tanto cara alla visione fisheriana (“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”), mantenendo il carico di possibilità, per costruire nuove forme di critica e di lotta.

La prima sezione raccoglie saggi recenti, costruiti intorno a questo nucleo concettuale e applicati a una serie di nodi politici, economici e filosofici del presente.

Sul piano politico, Žižek è diretto: “Oggi […] il comunismo, l’unico modo per affrontare le sfide che abbiamo davanti (ecologia, guerra, intelligenza artificiale), viene adottato sempre più di rado come visione politica” (p. 20). La diagnosi è amara ma netta. La sinistra, sostiene, ha rinunciato alla radicalità nel tentativo di non spaventare l’elettorato moderato. La ricetta che propone va in direzione opposta: “[La] sinistra dovrebbe liberarsi del timore di perdere il voto dei centristi qualora venisse percepita come troppo radicale; e dovrebbe distinguersi chiaramente dal centro liberal«progressista» e dal suo corporativismo di matrice woke” (p. 38). La critica al progressismo liberale come forma di gestione dell’esistente, piuttosto che di trasformazione reale, è uno dei motivi più ricorrenti del pensiero di Žižek. Pur essendo una tesi che attraversa gran parte della sua produzione, in Punto zero essa acquista una particolare rilevanza: mentre le destre continuano a presentarsi come forze anti-establishment, la sinistra appare sempre più integrata in assetti istituzionali percepiti come immutabili. È una lettura che nel contesto delle crisi contemporanee conserva una forza interpretativa difficilmente ignorabile.

Sul conflitto di Gaza, Žižek analizza le contraddizioni della politica americana con una lucidità tagliente. Gli Stati Uniti sono “lo stesso paese che ha prodotto le bombe che distruggono Gaza consegna aiuti alla popolazione affamata e sofferente nella crisi umanitaria causata dall’offensiva israeliana […] c’è qualcosa di umiliante nel ricevere aiuti caduti dal cielo e lanciati dalle stesse persone che potrebbero più facilmente fare pressioni su Israele perché lasciasse arrivare più rifornimenti a Gaza via terra” (p. 50). La cosiddetta “assistenza umanitaria” come continuazione della guerra con altri mezzi, o almeno come alibi della complicità. Žižek osserva anche che parlare di disturbo post-traumatico per i gazawi è un’operazione che presuppone un “dopo” che per loro semplicemente non esiste: non c’è un dopo a cui fare ritorno. Questa assenza è già parte della violenza subita. È come se la disperazione e il trauma fossero endemici.

La dialettica hegeliana torna utile quando Žižek smonta le retoriche di Putin e Medvedev, che utilizzano una retorica pseudo-antioccidentale a sostegno di un progetto che è, nei fatti, profondamente reazionario. La struttura logica del loro discorso, dice Žižek, è hegeliana nel metodo ma rovesciata nei fini; prendono il linguaggio della contraddizione e lo piegano alla conservazione dell’ordine esistente.

Sul terreno economico, una delle analisi più dense riguarda il cosiddetto neofeudalesimo, elaborato a partire dalla tesi di Yanis Varoufakis. Žižek cita e sviluppa l’idea centrale: “Quando, a causa del ruolo cruciale del general intellect (cooperazione e sapere sociale) nella creazione della ricchezza, le forme della ricchezza diventano sempre più sproporzionate rispetto al tempo di lavoro diretto impiegato nella loro produzione, il risultato non è, come prevedeva Marx, l’autodissoluzione del capitalismo, bensì la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in rendita espropriata dalla privatizzazione del general intellect e altri beni comuni” (p. 100). In altri termini, i grandi signori del digitale non accumulerebbero ricchezza attraverso la produzione ma attraverso la cattura dell’attenzione, dei dati, delle piattaforme, dell’infrastruttura della comunicazione. Il capitalismo avrebbe trovato nel digitale una forma inedita di estrazione del valore che sfugge alle categorie tradizionali del marxismo. La definizione, pur stimolante, mi sembra inadatta a descrivere la contemporaneità. A mio parere trascurerebbe infatti la dimensione di massa che caratterizza l’attuale sistema sociale e che trova nella bolla digitale la sua espressione più compiuta. Pur condividendone l’impianto concettuale, propenderei per il termine tecnototalitarismo, capace di restituire con maggiore precisione l’idea di un controllo sistematico sui comportamenti, sull’informazione e sui desideri della popolazione, intesa come insieme di utenti, e di rendere evidente la pervasività con cui tale potere si esercita.

A questo si collega la riflessione sulla moneta da un bilione di dollari, una proposta (a dir poco grottesca) circolata negli Stati Uniti durante le crisi del tetto del debito: l’idea è emersa nel 2011 come modo per bypassare la necessità del Congresso di aumentare il limite di indebitamento del paese, coniando una moneta di platino con un valore facciale elevatissimo da depositare presso la Federal Reserve. Žižek usa questo scenario paradossale come specchio della finzione strutturale che regge l’economia moderna: “il valore di mercato di un bene è totalmente separato dal suo valore intrinseco” (p. 112). La moneta da un bilione non servirebbe a “creare” ricchezza reale (nessuno vuole veramente farlo), ma a spostare una posta convenzionale all’interno di un sistema che è già, per intero, una costruzione convenzionale. Il capitalismo finanziario contemporaneo funzionerebbe già così, solo con meno trasparenza.

La sezione si chiude con un’analisi del debito e delle crisi economiche americane, con particolare attenzione alla stagflazione del 1973 come momento di rottura dell’ordine keynesiano del dopoguerra e punto di avvio della lunga controrivoluzione neoliberale. È un’analisi che Žižek conduce con una certa sobrietà storica, mostrando come le crisi siano state ogni volta utilizzate per ristrutturare i rapporti di forza a favore del capitale.

La seconda parte del libro è la più personale e, in un certo senso, la più riuscita: è qui che l’intenzione dell’autore di ripartire dal punto zero smette di essere una categoria teorica e diventa esperienza vissuta sulla propria pelle. Žižek vi ripercorre le vicende legate al suo intervento alla Buchmesse di Francoforte il 17 ottobre 2023, dieci giorni dopo gli attacchi di Hamas, in un contesto in cui gli organizzatori della fiera avevano già dichiarato solidarietà totale e incondizionata a Israele.

Nel suo discorso di venticinque minuti, più volte interrotto, Žižek aveva sostenuto che la condanna di Hamas, necessaria e doverosa, non esaurisce il compito del pensiero politico e che, anzi, capire le ragioni storiche e ideologiche delle cause che hanno portato all’attentato non significa giustificarlo. Di fronte alle interruzioni, la sua risposta fu significativa: “Per me è importante capire che siamo tutti concordi nel condannare la disumanità, nel condannare il terrorismo. […] E sono contento che possiamo esprimere un’idea simile in questa sede. E anche che qualcuno interrompa un discorso. Ciò dev’essere sempre possibile.” Poi aggiunse che una simile interruzione da parte di un funzionario di stato, in un contesto ben diverso, quella della Jugoslavia comunista, l’aveva già subita anni prima. L’accostamento, apparentemente retorico e provocatorio, in realtà è anche profondamente concettuale: il gesto di zittire chi parla di contesto, di storia, di complessità, appartiene a una logica che attraversa i regimi.

Il centro emotivo e teorico di questa sezione è la difficoltà, e insieme la necessità, di reggere simultaneamente due dolori: quello palestinese e quello israeliano. Žižek insiste che questi non si cancellano a vicenda, non sono in competizione, e che cercare di ridurre uno dei due a pretesto o strumento significa rinunciare al pensiero per abbracciare la propaganda. La sofferenza non scala di intensità per il fatto di trovarsi dalla parte considerata “giusta”. Vale la pena precisare che sarebbe un errore leggere questa presa di posizione come semplice equidistanza. Žižek non chiede di stare a metà strada tra due fronti, ma di sottrarre il conflitto alla logica dell’identificazione totale, quella per cui capire significa schierarsi e schierarsi significa smettere di capire. Che questa posizione sia diventata così difficile da sostenere nello spazio pubblico contemporaneo ci dice molto di come funzioni questo spazio, di quanto sia realmente “democratico”, ed è precisamente questo che queste pagine si rifiutano di normalizzare.

Da questa premessa si apre una serie di riflessioni molto precise. Žižek è esplicito: “Nessuno ha semplicemente ragione. La soluzione non risiede, perciò, in giudizi morali in competizione tra loro, ma in un vero atto politico che crei una nuova realtà sociale. […] Ebrei e palestinesi dovrebbero costruire una solidarietà basata sul fatto che erano (e sono) entrambi vittime del razzismo occidentale” (p. 156). E dare degli utopisti a chi vorrebbe una risoluzione pacifica del conflitto è solo un artificio retorico. “L’utopia veramente pericolosa”, dice, “è che si arrivi a risolvere la crisi del Medio Oriente grazie a una vittoria militare” (p. 180).

Riprendendo Franco ‘Bifo’ Berardi, Žižek osserva un’asimmetria importante, che riguarda proprio chi si batte, in questo nostro contesto storico, per i diritti dei palestinesi, e in generale delle parti minoritarie: “I manifestanti del Sessantotto si identificavano con la resistenza antimperialista dei vietcong e con un progetto socialista, ma i manifestanti di oggi solo in rarissimi casi si identificano con Hamas” (p. 187). La solidarietà con i palestinesi nei movimenti contemporanei è qualcosa di diverso dall’identificazione politica con una forza organizzata. È piuttosto, come dice ancora Bifo, un’identificazione che nasce dalla disperazione. “La disperazione è il tratto psicologico e culturale che spiega la vasta identificazione con i palestinesi.” Una disperazione diffusa, sovranazionale, che riconosce nel destino palestinese qualcosa di familiare e di estremo al tempo stesso.

In chiusura, Žižek affida alla letteratura un compito che la teoria fatica ad assolvere: “La letteratura è ancora il mezzo privilegiato per rendere palpabile la profonda ambiguità e complessità della nostra condizione” (p. 245). È un’ammissione parziale di sconfitta del discorso filosofico puro, e insieme un’apertura: là dove il concetto semplifica, la narrazione può tenere insieme le contraddizioni senza risolverle. È un’idea interessante, ma è anche una di quelle a cui Žižek, negli anni, ci ha abituato.

Ciò che è davvero rilevante di Punto zero è che, pur senza offrire nuove teorie mirabolanti (e probabilmente non è quello che si aspetta chi lo apre), è un libro che mostra perché Žižek rimane una voce necessaria nel presente: perché riesce ancora a tenere insieme capitalismo digitale, crisi geopolitiche, tradizione marxista e questione palestinese senza cedere alla semplificazione identitaria che governa quasi tutto il dibattito pubblico contemporaneo. In un momento in cui pensare per complessità è diventato sospetto, questa capacità è già, di per sé, un atto teorico.

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