La scia della lumaca

Memorie di un cane sciolto II

In memoria di Lorenzo morto di scuola-lavoro

febbraio 2022

Mario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e pensiero, ilSaggiatore, Milano 2015, pp. 316.

Paolo Virno, Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione, “forme di vita” – DeriveApprodi, Roma 2022, pp. 312.

Alla fine della vita, provocata per lo più dagli umani, gli alberi mostrano la loro età. Anelli più larghi parlano di anni secolari. Dal centro del tronco tagliato l’infanzia vegetale si spande nei cerchi maggiori. Per gli alberi, le querce secolari, non valgono gli anni ma i decenni, i lustri, interi secoli che se potessero si allungherebbero ancor più, a differenza delle insidiose età degli uomini. Con questo calcolo si intende il tempo umano e i famosi cicli vitali di sette anni annunciano la fine di un ciclo e la soglia di un altra, più compiuta esistenza. L’inizio riepiloga il ciclo precedente e risale, risale, fino forse all’infanzia, quel nucleo che perdendosi ritorna. Così vengono a calcolo le ere sociali che scandiscono la modernità; così gli artefici collettivi del contrasto al moderno sviluppo delle società liberal-democratiche, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale, giunti agli inizi del XXI secolo risalgono le età precedenti per misurare la distanza tra le lotte, le rivolte, le speranze, cioè la rivoluzione e il presente. Ben misera sarebbe la memoria delle generazioni di conflitto nate nei ruggenti anni Venti del ‘900, se la loro e la nostra memoria percorresse la distanza tra gli inizi e la fine dello scorso secolo. Ben ricco e ordinato in anelli concentrici è invece il ricordo della rivoluzione che si mostra nei cicli decennali di una memoria vegetale. Tale è la possibilità di raccontare gli anni non nella anagrafica sequenza in cui i conflitti moderni si sono chiusi con la sconfitta, ma di vagliare la differenza tra le diverse generazioni, e da quella seguire il filo di una memoria che a fine secolo incontra istanze e voci di spiritualità. A questa memoria è necessaria però una correzione. Il punto dell’anello secolare che chiude gli anni Settanta del ‘900 e prelude alla disfatta era segnato dalla lettura di Marx contro il marxismo; dal fare “classe” nel rifiuto del Partito; dall’essere società non garantita contro la “prima società”; era produzione di subculture contro la cultura nazional-popolare. Per questo Andrea Pazienza e “Zut”, il punk e gli Skiantos e Deleuze e Guattari stavano bene con le avanguardie sovietiche e l’antipsichiatria, i circoli del proletariato giovanile e l’autonomia operaia, il femminismo della differenza e Carla Lonzi e i collettivi dei soldati e dei detenuti. Per la “generazione ’77” l’esperienza segue la genealogia di Foucault. Letto alla metà dei ’70, riconosciuto nell’anno fatidico, Foucault ci ha accompagnato silenziosamente negli anni ’80 ed è stato “esperienza” nell’epoca del bio-potere. Dalla Volontà di sapere al Governo di sè e degli altri, al Coraggio della verità, per un “cane sciolto” la ricerca intorno ai rapporti tra poteri, saperi e soggetti è stata la rivelazione storico-filosofica di un’esistenza che libera lo spirito. Così almeno qualcosa quadrava e in gran parte ancora risulta: il non soggetto, le Scritture, l’homo sacer, la creazione inoperosa, l’esilio dalla modernità. Politica, arte, scrittura trovavano senso nella dismissione dell’organico, dell’istituìto, delle eredità letterarie; erano e sono lancinante passione. Una rottura epocale si era prodotta, e con il senno di poi quel punto di rottura celebrato agli inizi degli ’80 dal teatro dei Magazzini Criminali, era il segnale del crollo della società della mediazione sancita dallo stato sociale ed era la divisione in molte società attraversate dal micidiale discrimine della democrazia contro il socialismo, da cui sarebbero emerse le socialdemocrazie europee. Sovrana iniziava ad essere la governance, la rete amministrativa del controllo sociale che ha disarticolato e frammentato e ha moltiplicato i profili e individuato le popolazioni. La correzione della memoria del ’77 riguarda queste differenze cruciali: Marx e i marxisti; le autonomie e il partito e il sindacato; la politica e la professione del compromesso; la microfisica e il potere; i folli, gli emarginati, i comitati, i collettivi, gli studenti, gli esclusi e lo Stato che è stato Stato delle stragi e dei segreti, dei golpe cercati e organizzati, dell’esercizio di una violenza sistematica ed esplicita, in continuità con il fascismo. Cioè a dire, le leggi eccezionali, il laboratorio della repressione e il sol di un avvenire che si sapeva non si sarebbe mai realizzato con il compromesso storico e l’unità nazionale. Dai conflitti di cui era inondata la società non più affluente ma della crisi, della disoccupazione di massa, del disordine sociale e della modernizzazione capitalista, rimase il femminismo e il senso di un’alternativa che avrebbe superato i decenni. Quel senso, affievolito in sensazioni subito al di sopra dell’inespresso, sarebbe còrso per gli anni Ottanta del nostro scontento per essere impastato nel decennio successivo con l’illusione dell’informatica e il bluff della “democrazia delle reti”. Succedeva che all’immaginare ingannevoli progetti di liberazione digitale di corpi e menti venivano sottratte libertà, più come idee che come realtà, che da quel momento fu rinchiusa nel benessere cui accedeva una borghesia mondiale di consumatori. La trasformazione antropologica di cui aveva parlato Pasolini era compiuta – rimanevano teorie e pensieri obliqui a cui si aderiva. Nei frammenti di vita e di pensiero scritti qualche anno fa da Mario Tronti leggiamo in trasparenza il lungo ‘900 e giungiamo al nucleo originario di ogni crescita: lo spirito che si fa carne. Cerchiamo di comprendere a nostra volta: ciò che decide da che parte stare è “l’essere nel mondo ma non del mondo”, il bisogno di comunismo che è necessità del cristianesimo nello stato d’emergenza mondiale, mentre il bisogno cristiano è il comune della passione, della contemplazione e del conflitto. Così cerchiamo di far combaciare i frammenti di Tronti, che sono urgenti proprio in ragione delle ragioni del cuore, con la nostra memoria di cui ammettiamo di non avere la grammatica. Allora invece, si aveva contezza dell’orrore dello stalinismo, del socialismo reale successivo alla linea della rivoluzione dei soviet e dei consigli in un solo paese, e del centralismo democratico, terrificante malgrado l’Ungheria del ’56 e Praga del ’68. Solo che, dai primi anni Ottanta il cattolicesimo papalino usava Solidarnosc per abbattere il comunismo a est, come aveva usato Pinochet e avrebbe usato Heider. D’altra parte, prima del “popolo dei fax” e del movimento della Pantera, delle posse e dei centri soliali, i luoghi alternativi alla crisi dello stato sociale e della società del lavoro erano le assemblee dei “fuori sede”, i collettivi dei gruppi extraparlamentari e femministi, la cui punta separatista aveva insegnato al sesso come divenire “genere” contro l’emancipazione. Una teoria dell’esodo, praticata prima, venne dopo, a sconfitta ultimata, e siamo già ai primi anni Novanta quando si celebravano i sentimenti dell’ “aldiqua”, opportunismo, paura, cinismo. La ricerca sotterranea della nostra talpa è stata la replica dell’esercizio di disincanto che il ’77 ha tramandato. Marcello Tarì nel saggio Lenin in Inghilterra, Krahl in Italia (https://quieora.ink/?p=5308) traccia una importante genealogia dell’operaismo e di ciò che seguì, indicandone con le parole di Virno la composizione storica: «La tradizione di cui si parla risale grossomodo agli anni ’60 […] Il catalogo (un primo e approssimativo catalogo) è questo: l’operaismo italiano, dai “Quaderni Rossi” fino a oggi; il situazionismo, ma in particolare quella critica preventiva e acuminata della cultura postmoderna che è La società dello spettacolo di Guy Debord; i dispositivi di sapere/potere di Foucault e la “rivoluzione molecolare” di Deleuze e Guattari; le tesi di Hans-Jürgen Krahl sul lavoro intellettuale di massa; la riflessione storiografica della rivista “Primo Maggio”: l’affondo di Alfred Sohn-Rethel sulla scienza e il sapere astratto». La ripresa della teoria politica collocava un soggetto, che non era più la classe nè il proletariato, tantomeno l’operaio specializzato, ma il singolo, non al centro ma al lato del processo produttivo come agente tecnico dell’automazione del capitale. Giorgio Agamben a metà anni Novanta avrebbe scritto: «L’essere che viene è l’essere qualunque…la singolarità esposta come tale è qual-si-voglia, cioè amabile…». Le singolarità qualunque «dimorano senza dolore nell’abbandono divino. Non è Dio ad averli dimenticati, ma sono essi ad averlo già sempre scordato, e contro il loro oblìo resta impotente la dimenticanza divina». Eravamo (siamo?) insalvabili perché salvi nella terra di nessuno dell’identità perduta. Virno nel tracciare il diagramma di quella trasformazione scriveva che la situazione emotiva dominante del decennio Ottanta, che balenava «nel proclama postmoderno sulla fine della storia, entra in produzione, ovvero combacia con la vesatilità e la flessibilità delle tecnologie elettroniche». Una certa prosecuzione chiarisce, contro le fatue e volgari interpretazioni della sconfitta, cosa è stata la prassi dei nuovi soggetti operai nei venti anni durati fino al fatidico ’77. La talpa aveva elaborato l’ultima filosofia politica possibile. Ultima e decisiva, perché quando comparvero i movimenti no-global filosofia e politica erano già separate. Di quella stagione erano autentica e nuova politica il pensiero di Antonio Negri, Franco Piperno, Marco Bascetta, Lapo Berti, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Andrea Colombo, Massimo Ilardi, Massimo De Carolis, con il compianto Benedetto Vecchi a lavorare scritti e recensioni del post-operaismo e Rossana Rossanda a condurre una dialettica essenziale e irripetibile. Nel laboratorio teorico del quotidiano “Il manifesto”, tra il 1988 e il ’91, Paolo Virno e i fenomenali collaboratori delle pagine della “Talpa”, prolungate nei quattro numeri della rivista ”Luogo comune”, sono stati artefici dell’ultima teoria politica possibile, quella che individuava negli effetti delle trasformazioni epocali della struttura produttiva mondiale le sorti del lavoro vivo, cioè dei soggetti sociali nascenti che avevano rotto con la tradizione, i rituali e l’album di famiglia della classe operaia. Sì, in quelle pagine è stato detto tutto l’essenziale sul tempo che viene. Coloro che vi hanno messo mano, anche se si sono persi di vista, scrive Virno in un ricordo di Benedetto Vecchi, «mantiene la tacita intesa di chi è affratellato da comuni scoperte». Gli anni del nostro scontento datano precisamente al 1980 quando le politiche ultraliberiste di Margaret Tatcher in Gran Bretagna echeggiano negli Stati Uniti di Ronald Reagan e in Italia nella marcia dei 40.000 capetti della FIAT che rompe lo sciopero permanente degli operai. La sconfitta non risale dunque al 1989 come racconta una retorica politica frutto di una memoria capziosa e deleteria. Il crollo del muro di Berlino, l’implosione dei regimi di socialismo reale in URSS ed est-Europa è stata la conseguenza della clamorosa modernizzazione capitalista che alla fine degli anni Settanta ha riordinato il governo della vita con l’automazione (il toyotismo), la produzione in tempo reale e prêt à porter, l’informatica di massa e la società dello spettacolo diffuso, cioè la cattura del linguaggio e degli affetti per produrre un soggetto imprenditore. A titolo di esempio, il diario della controrivoluzione «batte e ribatte sul linguaggio messo al lavoro, ossia sul fatto che sintassi e semantica, timbrando il cartellino, concorrevano a generare plusvalore…». Quanto l’architettura discorsiva dei primi tre decenni del 2000 ci consente oggi di continuare una filosofia critica dell’esistenza possibile, si ricava dai preziosi libri filosofici di Virno, da Parole con Parole a Quando il verbo si fa carne, a Saggio sulla negazione, a E così via all’infinito, – testi tra i più perspicui dello scorso decennio nel narrare il rapporto tra linguaggio e natura umana. La società dello spettacolo prospettata da Guy Debord nel ’68 si presentava nell’immediata vita quotidiana il cui rovescio erano nuove possibilità di rivoluzione; dunque «è davvero ingrato parlare di lotta disprezzando la festa che essa consente». Lo spettacolo delle merci-spettacolo mostrava al suo margine meno appariscente e più anonimo che «nei modi orrendi in cui l’inutile è inseguito nello shopping del sabato pomeriggio, si sublima in consumo di merci…il desiderio di un altro modo di produzione». La critica della società trovava nel gusto per lo “spettacolo integrato” un luogo di sperimentazione in quel compound del “Manifesto” che erano le pagine “spettacoli”, – cioè negli articoli – veri saggi concentrati di vertiginosa scrittura – di Mariuccia Ciotta, Roberto Silvestri, Andrea Colombo – amici che hanno formato una generazione di giornalisti filosofici dimostrando che Hollywood, Cartoonia, Chandler, Eastwood e Ellroy non erano esponenti di un’estetica del dominio ma dominio dell’estetica, cioè produzione di immaginario fin nelle regioni più remote dell’impero. Con le parole di Virno, quelle pagine censivano con «acribia filologica..le tattiche sovversive sperimentate dentro e contro la società dello spettacolo…così sono mutate le immagini dei corpi e dei soggetti, dei sessi e dei poteri, dei terrori e dei desideri…». Post-moderno era, tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta il termine usato un pò ovunque, sia nelle discussioni accademiche che nelle liti tra compagni; post-fordismo si chiamò (ma il verbo al passato non rende conto di questo presente) il tema di fondo svolto dagli eventi che in quel pugno di anni avviarono in Italia la scomparsa di una sinistra già compromessa e, per contrasto, l’insorgere di un sapere politico della precarietà, degli spazi sociali e della distruzione del lavoro salariato in cui si compiva davvero l’intelletto generale. Tutto interno al capitale però, a cui fece aggio proprio l’armamentario teorico messo a punto dai suoi nemici non storici. Negli anni Ottanta inoltre venne portata a compimento la vendetta giudiziaria dello Stato contro il ’77 e l’autonomia in vertiginosa sequenza: il processo alla rivista “Metropoli” e a Franco Piperno accusato della strage di via Fani; l’arresto di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, leader di “Lotta Continua” sulla base delle dichiarazioni dell’ex-militante Leonardo Marino, mentre il processo per la strage fascista di Piazza della Loggia a Brescia si concludeva con l’assoluzione per tutti gli imputati. Nel torcersi del diritto contro la giustizia, cioè contro la verità storica delle lotte e dei soggetti politici che vi si applicarono, di lì a poco avremmo osservato come Tangentopoli avrebbe dislocato il potere giudiziario in una zona franca della legislazione italiana in cui non c’era differenza tra corruzione e conflitti sociali, Stato dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica e anticapitalismo militante. Agli ultimi anni Ottanta, ricorda Virno, risalgono gli ultimi sussulti di un’informazione non redarguita dallo Stato. Poi TV e grandi giornali furono unanimi nel cantare la canzone della sovversione addebitata ai “responsabili” dei conflitti degli anni passati. D’altra parte è sempre stato difficile nel paese dei segreti e degli omissis affermare la semplice verità della sovversione: «che le elaborazioni della nuova sinistra, anziché fenomeno di disperata resistenza al mutamento, sono state il tentativo di imprimere un segno diverso e conflittuale proprio alla incipiente ondata di modernizzazione». Per questo guardare in faccia la realtà significa dirsi che si è stati sconfitti senza farne questione di colpe e di errori. Chi dice errore, non dice sconfitta (1988): «La sconfitta di un ciclo di lotte ha abbastanza effetti, anche interiori, da negarsi alla vista….dapprima si pensa che le cose siano andate male, allora, perché non fummo diversi da come eravamo. Poi,…si conclude che ora le cose vanno quasi bene già solo per il fatto che in effetti siamo cambiati.». In realtà essendo ferocemente cambiata la struttura produttiva del capitalismo, oggi solo «una ripresa di insubordinazione da parte delle figure sociali che sono il risultato di quelle trasformazioni…» potrà forse dare soluzione al mondo in rovina. «Sconfitti, non altro. Se non è la verità piena, è tuttavia la cosa meno falsa che ci è concesso dire». Ma proprio perché, con Virno, gli anni Sessanta e Settanta, fatta la differenza dei singoli eventi nei singoli anni del secolo scorso, furono quelli in cui «ebbe luogo il primo e unico tentativo di rivoluzione comunista in senso al capitalismo maturo». La verità dell’epoca è tale da dover essere enunciata così: quel comunismo era «rallentare i ritmi di produzione, ridurre al deliquio chi si arrogava il diritto di stabilirli,…intimorire le direzioni aziendali, discernere in tutte le articolazioni della vita associata (scuola, trasporti, apparati comunicativi, organizzazione dei luoghi di residenza ecc.) due interessi ciontrapposti, tra i quali un compromesso è probabile quanto la conversione dei passeri alla castità». E questa verità è assunta e dichiarata per farla finita con la storia infingarda, più o meno “democratica”, della violenza dei soggetti sociali antagonisti. Quella violenza “divina”, puntuale e senza sangue, era il gioco stesso del potere la cui violenza mitica continua a riversarsi nella storia. D’altra parte la libertà dello spirito comporta anche, e non è un’integrazione utile per chi scriverà libri di storia, la più puntigliosa descrizione del modo in cui è prevalso in campo aperto il capitalismo, a fronte della «nostra inettitudine, censire i plateali colpi a vuoto di cui fummo autori e cantori, diagnosticare qualche malanno teorico che ci debilitò…». Errori e colpe tendono ad occupare tutta la scena relegando la verità dei rapporti di forze (noi nietzscheani del ’77 lo sapevamo allora) a epifenomeno, quando invece la durezza della produzione diventava vita dura, sapere duro, dura sensibilità. Pur appartenendo a generazioni diverse, tutti allora sapevamo e sappiamo che «l’immaginazione, il linguaggio, la cultura sono diventati la principale forza produttiva, nonché l’ambito in cui ha luogo uno scontro senza esclusione di colpi tra le moderne classi sociali; per ciò era più divertente e opportuno dipanare altri discorsi». Ad esempio che nella metropoli, fonte di valore in tutte le sue zone, i luoghi fisici e verbali sono tutt’uno. L’esperienza è povera perché esperienza diretta delle forze produttive e la natura umana viene scoperta come il dispositivo d’invarianza nelle variazioni, nel lavoro, nei gesti, nella sensibilità. L’intarsio di replica e invenzione, calcolo e improvvisazione è un tratto tipico del modo moderno di fare esperienza. «Il mondo della vita che pareva soffocato dalla inautenticità delle convenzioni, si fa valere inaspettattamente dopo che le convenzioni si sono affermate illimitatamente. Non loro malgrado ma grazie ad esse». In rilievo sono le biografie. In uno degli articoli del 1989, Individui si diventa, talvolta e mai del tutto, Virno racconta ciò che è più evidente nelle profonde superfici del decennnio. La ventata neoliberale, che sarebbe diventata fredda corrente continua che da allora attraversa il mondo devastandolo, scopriva l’individuo libero dal lavoro, e lo trasformava in capitale umano, suscitando un rinnovato bisogno di biografia. «Auscultandolo, narrandolo, mostrandone il carattere irriducibile a ogni determinazione universale…il tentativo di restituire nobiltà alle vicissitudini dell ‘ “io” è spesso finito in ideolgia volgare». Ma proprio nell’ambivalenza del «nuovo modo dell’individuo, che è proprietario e consumatore, creativo e nuovo schiavo, egocentrico e disincantato abitante della metropoli», si riuscì a vedere l’operazione sul tempo di vita che questo profilo adotta. L’irripetibile di ogni biografia è infatti l’umana e generica facoltà di vita che fa brillare la singolarità. Bloom e jeunes filles. Con le parole di Walter Benjamin nel saggio sulla fotografia, «nonostante l’abilità del fotografo, nonstante il calcolo nell’atteggiamento del suo modello, l’osservatore sente il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla minima di caso, di hic et nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui,…si annida ancora oggi il futuro…». Per questo nella vita quotidiana messa in produzione sappiamo di quella scintilla, quel “qui e ora” carico di possibilità. In una recensione del giugno 1990 a La comunità che viene di Giorgio Agamben, Virno indica nella singolarità qualunque il modo di essere delle forme di vita contemporanee. L’individuazione del singolo non è l’essere “non importa quale” bensì l’essere tale che comunque importa. Nella lingua è l’esempio a denotare l’essere singolare di un ente che viene assunto in una generalità. Se con Platone dico “la cosa stessa” eludo l’universalità del concetto rivolgendomi alla singolarità dell’idea. Nel semplice essere tale, «l’uomo non ha da realizzare alcuna essenza predefinita – nè biologica, nè storica, nè spirituale – ma è l’essere privo di destino, esiste nel modo della possibilità». Una traccia vistosa di autobiografica finzione di singolarità è nella Ripresa di Kierkegaard; fallisce il tentativo di rivivere l’amore del passato perché la passione di quel tempo non si è del tutto dissolta. Il giovane poeta, come la flessibile singolarità odierna ma senza gli spasimi dell’amore puro di cui ci ammonì Franco Fortini, per riuscire nella ripetizione deve aver perso da tempo l’amore. Soltanto chi si perde può salvarsi. «Occorre un movimento a spirale: tutto torna, sì, ma in forme mutate e perfino irriconoscibili, con volute più larghe, a un livello superiore». Forse questo stato superiore è quello dello spirito, «questa paroletta roboante, brandendo la quale l’armata bianca bruciava vivi i bolscevichi presi prigionieri, (che) designa però una zona imprescindibile della nostra esperienza: quella sfera pubblica in cui viene meno la possibilità di separare l’interiorità dall’esteriorità e di opporre il singolare al plurale». Ancora con Benjamin, – che un sapere dell’anima sia oggi praticato da chi, dall’altroieri e da ieri ha vissuto il conflitto contro la società ostile, è l’indice storico di intelligibilità di questa attuale realtà. In altre parole, solo ad un certo momento della storia la verità dell’epoca viene alla luce, e viene per chi questa verità l’ha praticata nelle lotte contro il potere. Una nuova e irreparabile separazione di pensiero e politica è occorsa ai nostri giorni e tanto più si è allungata la distanza tra prassi e pensiero quanto più era annunciata una teoria delle moltitudini. Infatti con Tronti, un movimento «che non è in grado di portare il peso di un’eredità può anche diventare un soggetto politico ma non è, e non sarà mai una forza politica». Avere avuto una teoria politica che ha pensato i rapporti di forza e aver assunto una prassi che li ha immaginati favorevoli è stato forse il grande spreco di energie che ha provocato la fine di ogni prassi. Si è praticato il “come se” invece che il “come non”. Tra attese e analisi delle forze, allo scadere dello scorso secolo i movimenti di contrasto al neoliberismo scommisero sulla congiunzione di più forze, e che i partiti comunisti rimasti si sarebbero sciolti. Non accadde e anzi la spartizione delle forze si accentuò e nulla avrebbero potuto gli studenti in rivolta alla fine degli anni 2000. La rivista “Forme di vita”, dal 2004 per 6 numeri aveva circoscritto il campo delle relazioni filosofiche tra linguaggio e natura umana; avendo tuttavia mancato di pensare la dispersione, è finita per l’urgenza delle “carriere” personali. Chi ha avuto paura del general intellect? La potenza dell’essere umano, animale linguistico, mancò di elaborare la facoltà di lingua come il negativo della potenza; il che avrebbe trovato riscontro nel fatto che esiste qualcosa al di qua e al di là del linguaggio, una soglia in cui la potenza-di-non diviene discorso, oppure assenza di discorso. Alla fine degli anni Novanta quando tutto era già definitivamante tramontato Sennett scriveva L’uomo flessibile e agli inizi dei 2000, inebriato dal “modello finlandese”, qualcuno tradusse Quanta disuguaglianza possiamo accettare – ovvero: perchè non accettarla tutta in cambio degli scambi in tempo reale? E così è stato. Il resto del popolo in esilio, scrive Tronti, non ha mai voluto considerare quella «zona di mistero da coltivare con cura, come risorsa anche nostra e di fronte a cui conviene fermarsi a contemplare». In altri termini, tanto si è scritto e pensato intorno alla secolarizzazione dei concetti teologici, per quanto poco noi, esuli della sconfitta, abbiamo assunto la politica dello spirito a partire dalla fragilità della condizione umana. Siamo stati subalterni «a quell’idea di onnipotenza della ragione» senza che fosse indagata la sua storia, che avrebbe fatto emergere un sapere dell’anima e un sapere dei reali rapporti tra forze. «Perché spiritualità? Ma perché il capitalismo ha fatto il deserto all’interno dell’uomo, ha reciso le radici dell’anima nella persona…». Elemento forte è questo, che sta su un piano di consistenza che non è quello dell’elaborazione collettiva. Con la crisi del globalismo nuovi conflitti sono esplosi nei ghetti, nelle banlieues, in Asia, in Messico, in Argentina come a Londra e a Parigi. Niente più soggetti, solo la pretesa della rivolta mondiale degli esclusi, la plebe che nessuno guarda, fatta di migranti, reclusi, rifugiati nei quartieri devastati di invivibili metropoli. La storia di questi giorni è già memoria. La crisi del capitalismo neoliberale ha stritolato la Grecia, le rivolte sono ancora le uniche rivoluzioni possibili di fronte alla piccola ragione strumentale comandata dalla tecnica. Tronti: «Al punto in cui stanno le cose, educazione alternativa vuol dire far sapere…che c’è qualcosa di non misurabile, di non calcolabile, di non sottoponibile a ragione strumentale». Irrompe così l’esigenza dello spirito che soffia dove vuole. Del soggetto precedente si è stati “parte dei senza parte”, come qualche anno fa scriveva Agamben, la classe dei “chiamati” del prescritto della Lettera ai Romani. Oggi, del nietzscheano spirito libero si cerca di esser parte, se non altro perché tra le rovine ha senso respirare più intenso, vivere in un modo di cui molto si è scritto ma troppo poco realizzato. Per questa verità da cercare, adesso «bisogna inquietare, non rassicurare». Ruminare «la Scrittura dei Padri del deserto è il nostro guardare per vedere, non solo per conoscere, è il fissare l’invisibile dei bisogni di riscatto e di vendetta degli uomini e delle donne semplici della nostra parte». Il cambio di paradigma di cui scrive Tronti ci accomuna. Dall’autonomia del politico all’affezione spirituale la curva dei decenni segna l’esilio permanente delle generazioni che hanno vissuto «il crollo del comunismo (che) ha reso visibile il fallimento del progetto moderno». Quel progetto è divenuto stato d’eccezione permanente della Zivilisation borghese, delle libertà proprietarie che sono schiavitù dei viventi. «La massa e gli individui-massa che lo compongono sono più manovrabili…nelle pluraliste istituzioni democratiche che nelle dittature di un solo Capo o nelle religioni di un solo Dio. Non perché tutti sono costretti a fare le stesse cose, ma perché tutti scelgono di pensare allo stesso modo». Se l’attuale dominio impone un eterno presente, siamo inattuali, contro la linea retta, e vediamo un cerchio ove l’Uno non è la figura di ciò che salva, ma quella che fa affondare ogni figura. E se oggi il potere si manifesta in apparenze non autoritarie – il governo della vita è per definizione democratico – contrastare questo potere in una forma di vita non proprietaria è il senso, il modo e la condizione di una politica possibile. Si tratterebbe di «sottrarre l’idea di libertà all’orizzonte borghese, lasciando al capitalismo la sua democrazia». Per far ciò va ripercorsa la storia del Novecento che mostra insorgenze, rivolte e insurrezioni come eventi che non la giustificano; eventi che scoprono la verità del dominio, che è dominio dei corpi tramite le anime. Fare tiqqun è riparare le anime, ritessere il mondo, ritenere il raggio di luce che nell’esodo illumina il cammino. Al presente il passato “balena”; la vita presente scoopre il suo senso in una archeologia di cui va colta la segnatura, l’indice storico in cui sono compressi gli strati di passato che in ogni momento possono esplodere. Per questo forse la nostra memoria non si accorda con quella di Tronti che «avrebbe dovuto consigliare tempi lunghi e non abbreviazioni». Ci sembra invece che il ricordo del presente avrebbe dovuto consigliare di non perseguire più il soggetto di classe ma disfarlo senza pretesa di organizzarlo o simularlo. Questa intenzione proviene dal Frammento teologico-politico di Benjamin ove anche solo per un tempo momentaneo la freccia messianica e quella profana scontrandosi all’infinito dissolvono le forze rispettive della politica e della teologia nella terra redenta. La politica mondiale, cioè nichilismo, è il luogo della fine della teocrazia, è la fine della storia del dominio, – possiamo almeno pensarlo?, in cui la felicità non può essere organizzata e diretta. La restitutio in integrum del Frammento cioè la felicità è il fine della politica, quando non c’è più un uomo interiore (e un universale maschile!) costruito dalla coscienza; quando non c’è più coscienza e il Fuori è il limite più intimo. «Non sono io che vivo ma Cristo vive in me» è l’esito lottato ogni momento dello scontro tra facoltà messianica e potenze mondane. L’esito dipende dalla sequenza delle generazioni e alla genealogia dello spirito se ne possono accompagnare altre che intersecano e fuoriescono dalla teologia politica: ad esempio quella impetuosa, passionale, eccessiva che corre dal Corpus Dyonisianum all’Enneade IV, a San Francesco a Eckart a Müntzer, ai grandi mistici cristiani del XVII secolo, all’antinomismo ebraico-cristiano, a Böhme. Nella rocca interiore di Santa Teresa d’Avila sono chiusi tesori d’amore. Allora la realtà si rovescia e l’interiorità diviene luce, nulla di sè, tutto in tutti. L’esperienza è amor Dei intellectualis ove intelletto e volontà si indistinguono. Certo, la lettura spirituale prevede orazione, meditazione e combattimento, il cui indice programmatico si può trovare nella grande politica teologica di Ivan Illich che «non ha bisogno di un Istituto di Francoforte, ma della biblioteca di Aby Warburg», ove le forme di pathos sono emblemi dell’irruzione dell’antico vivente nel presente corrotto. Le sopravvivenze sono rivolta, interruzione della tradizione di coloro che non hanno mai smesso di vincere. Benché sappiamo che «la libertà dello spirito che vince la morte del corpo è il significato politico della resurrezione», è ancora il tempo quotidiano che spadroneggia, quello della spesa e del debito, delle scadenze e della vita sfruttata. La vita faticosa e amorosa. La casa continua a pesare sulla lumaca. Mentre il tempo dell’anima stende all’infinito l’arco d’orizzonte, solo in pochi attimi interno ed esterno si sciolgono. Solo allora si è nel vero? Oppure è l’esercizio della verità ad essere soglia della vera vita? I pensieri di questi anni devono tenersi saldi affinché non diventino preoccupazioni. Il che vuol dire, con le parole di Bloch, che per gli affaticati e gli oppressi il ritorno è inversione della potenza, in modo che «quelli che stanno in basso sono innalzati e quelli che stanno in alto annientati». Una trasvalutazione di valori compiuta ogni giorno fa fronte al letale tempo mondano. Contrariare questa vita si può forse in parte riconoscendo in ciò che si pensa e si avverte ciò che portano scritti testi e documenti di una storia non scritta; rivelazione di ciò che siamo in cui echeggia ciò che è accaduto. La strategia dello spirito, vivere il presente come archeologia dell’attuale, chiede con urgenza al tempo morto di lasciare la presa sui corpi, di non stringere la necessità sulle libertà possibili. E forse promette oggi la fine della storia e ai venturi l’inizio di un’altra storia. Le genealogie, insegnava Foucault, attraversano la storia. Quella che ci riguarda è contaminata e contrastiva all’interno: Marx, Nietzsche, Foucault, Debord, l’operaismo, Tiqqun, le anime invisibili, lo spirito libero confliggono tra loro, ed è bene così! Siamo gli “schizo” di Deleuze e Guattari e vediamo le cose in “desiderioproduzione”. Siamo inoperosi e contemplativi. Siamo stati sconfitti ma provate a prenderci!

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