L’ “educazione” impura di Fernand Deligny

Fernand Deligny, educatore senza diploma, spese la propria vita accanto e insieme ai bambini ‘indietro’, e a ragazzi ‘criminali’, disabili, semi-curabili, incurabili e autistici. Le ragazze all’epoca, la Francia negli scorsi anni ’50, erano separate e contenute in istituti distinti ma non meno speciali, nella generale riorganizzazione della Salvaguardia dell’infanzia, che era quella rete statale di asili che sostituì le istituzioni di Vichy.
Deligny sperimentò ‘in vivo’ un modo semplice e terribilmente impegnativo di assistere bimbi e ragazzi nati marginali, devianti, reietti, aprendo i luoghi di contenzione e impiegando una disciplina all’aria aperta fatta di giochi, accampamenti, disegni, ma soprattutto di gesti di disarmo della cura e della patologia che la psichiatria investiva a partire dalla ‘normalità’.
Scrittore instancabile e mirabile del diario infinito di quella esperienza pionieristica di liberazione, nelle 3000 pagine in cui sono narrati i modi, i tempi e i luoghi di una creatività autistica nel laboratorio della non-educazione, Deligny non ha lasciato un vera e propria eredità ma un ricchissimo bagaglio di sapere pratico, restituito dalle 1850 pagine della preziosa edizione francese della sua opera.
Erin Manning, docente di filosofia politica e arte relazionale alla Concordia University di Montréal, riprende la lezione di Deligny, proseguendone in qualche modo la linea di condotta nel confronto diretto con scrittori, filosofe, artisti autistici o neurodivergenti, per delineare una linea di resistenza pedagogica alla normotipicità. L’essere della relazione (trad. Fabrice Olivier Dubosc, Meltemi, pp. 170, €.18), è un saggio che sviluppa la pratica errante del non-istitutore, aggiornandola alle riflessioni post-coloniali di Edouard Glissant, filosofo e poeta antillano, autore di un libro unico, Poetica della relazione, in cui sono condensate prosa romanzesca e saggio filosofico politico sulla razzializzazione.
Manning adopera buona parte della recente saggistica estetica della ‘nerezza’, Chandler, Gilmore, e la tagliente poesia di Fred Moten per risalire una genealogia filosofica di quella che si può con prudenza chiamare neuro-differenza.
Deleuze e Guattari, Bergson fino al pragmatismo, sono gli agenti filosofici di dismissione della logica linguistica della ‘bianchezza’ che sarebbe il referente simbolico e istituzionale della normalità psicofisica. L’archivio del pensiero della dispersione documenta la creazione di mondi dell’essere autistico a partire dalla diversa composizione di corpi e lingua. Si tratta di una socialità minore secondo Manning, innescata a partire da tracce che sono linee di fuga di ragazze, artisti, scrittrici la cui pratica di vita è negli interstizi del dispositivo della facoltà di linguaggio che denota, separa senza coniugare, individualizza e discrimina.
Invece l’esperienza autistica revoca la linea della coscienza, dell’azione e dell’intenzione in favore della percezione, del sentire e dell’intuizione. Non l’ ‘io’ ma piani di soggettivazione molteplici sono il luogo di produzione storica del mondo che la performance, la visualità, il ritmo e la battuta una alla volta dei tasti del PC compongono. Nei testi e nelle performance di Adam Wolfond (visibili su youtube), acqua, colori, formine dislocate e il ritmo liquido di una percezione che non parla ma ‘linguaggia’ stimola l’entrata in una realtà continua, vivente, non separata che è quella di singolarità differenti, non dell’indistinzione neutrale di parole, cose e azioni. Così lo sguardo autistico apre la percezione ad un’ecologia psichica, sociale e ambientale che conferma la ‘linea Deligny’.

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