La memoria che viene

Gli appunti degli anni 1972-’79, raccolti con fatica e curati da Nicoletta Di Vita e Diego Ianiro e i primi due quaderni 1979-’81 formano il Volume I dei Quaderni del filosofo Giorgio Agamben che riferiscono l’elaborazione compresa tra Infanzia e storia (1979) e il seminario Il linguaggio e la morte (1981).
La raccolta prevede la parte di un lettore che sia ugualmente libero e scrupoloso perché note e pensieri hanno in contrappunto l’edizione integrale dell’opera Homo Sacer nel cui compendio si può riconoscere la sequenza continua di un’elaborazione che dai primi anni Sessanta dello scorso ‘900 giunge all’oggi. L’estesa opera del filosofo è qui restituita al laboratorio sperimentale della sua produzione, ove l’esigenza è opaca eppure già orientata a dire le soglie che separano e connettono storia e natura, materia sensibile e significato, potenza e attualità. Nell’opera di una vita, pensare, cercare, scrivere non è l’esperienza di un soggetto che vuole la teoria e che arreda la scena del teatro filosofico, ma è la storia di ciò che ferisce e decompone, annulla e fugge via.
Note e frammenti spingono a rompere le noiose continuità della scrittura saggistica e a saltare, ritornare, infrangere l’intenzione dell’autore nel piacere della lettura. É nelle note degli anni Settanta e in particolare in quelle vicine all’annus terribilis, il ‘77, che ritroviamo la memoria obliqua dei rapporti tra filosofia, poesia e politica. Una memoria che corre parallela alla biografia di una generazione il cui luogo storico-politico è stato quello nietzscheano dell’autonomia in cui comico e tragico, natura e cultura, bisogni e desiderio, sovversione e soggettivazione deridevano il triste e repressivo ritornello dei sacrifici e della governabilità. “Un risotto vi sommergerà…
Alla fine dei Settanta la sconfitta si chiamava modernizzazione capitalista. Iniziava il post-moderno, il 7 aprile 1979 il teorema del giudice Calogero incarcerava i movimenti di massa; correva la teoria del simulacro e i conflitti teorici riguardavano la pronuncia del “pensiero debole” che era subentrato come alternativa filosofica alla teoria critica, la cui pointe negli anni del carcere e dell’esilio consisteva nella rivendicazione della soggettività del lavoro alle prese con l’automazione.
Questa costatazione storica è in rapporto con il lavoro filosofico di Agamben a cui hanno attinto in maniera più o meno diretta almeno due generazioni di ricercatori e attivisti tra la Francia e l’Italia, suscitando confronti, conflitti e prese di posizione identitarie che nel corso degli anni hanno prodotto la definitiva separazione della filosofia e della politica.
D’altra parte una filosofia politica circolava al di fuori dei recinti accademici e dello spettacolo TV e chi ha attraversato con gioia e con furore gli anni “no future” ha praticato il pensiero nello spirito che Michel Foucault assegnava alla filosofia: fare il gioco circolare della lotta e della verità. Si trattava e si tratta ancora di dire con rabbia quanto il pensiero spacca in due e riduce in mille pezzi la soggettività. E quanto l’esperienza del linguaggio sia l’asserzione selvaggia del desiderio; un desiderio carico di piacere che rovescia la legge.
Negli appunti c’è l’evidenza di quella filosofia contemporanea che giocava la dialettica del testo di Ágnes Heller sulla teoria dei bisogni. Ma anche nella differenza di posizione (il bisogno accorcia la distanza creata dalla cultura tra desiderio e piacere, per questo Alice è sovversiva!) – le note di quegli anni restituiscono i bagliori dell’insurrezione dei saperi in cui continua a risiedere il senso proprio della pratica filosofica – tanto più quanto più diviene poesia, canto, arte, amicizia, luogo del fare comune.
Negli appunti troviamo anzitutto Simone Weil e l’esperienza limite del pensiero; di seguito, una linea di inconscio che avrebbe costituito la differenza archeologica rispetto al rimosso; ancora, un neoplatonismo che, attraverso Eckhart arriva ad Heidegger mischiando le genealogie; quindi il decorso delle secessioni

dall’interno della teologia politica, dell’arte, con Bonnard e Bacon, e della letteratura; il tutto rinchiuso nell’orbita di Walter Benjamin in cui consiste la scansione dei cristallini elementi del pensiero del filosofo. Gli appunti che risaltano sono quelli in cui è implicita la domanda: qual’è la tua perversione? Qual’è il tuo vuoto? Il formato dei quaderni dimostra fin troppo che la domanda giunge da un passato in cui mito e critica, infanzia e storia, serenità e tumulto si indistinguono. Ciò che emerge è la risalita della commedia nel tragico come una linea maestra che è sapere al di fuori della conoscenza, è pensiero del fuori, messa fuori senso del discorso. I corpi vivono nel linguaggio anche se Agamben non crede nell’incarnazione. Provare per credere. É quanto ha invogliato a fare contro il suo stesso pensiero. Di questo testimonia il viaggio ottenuto con l’LSD. Luglio 1973: l’essere maschile e l’essere femminile si fondono come in principio. Le sensazioni si dissociano e si avvertono ognuna netta e piena. L’io è dissolto ed è la fortuna dell’estasi sensibile. I rumori si sentono tra l’erba. I colori si vedono davvero. L’amore è finalmente quello antico: poros e penia, la nuda verità dell’espediente e della povertà. Registriamo l’esperienza psichedelica non per fare folklore ma per trovare i punti comuni di crisi e di amicizia tra autore e lettore. Ed ecco che una successione genealogica emerge: l’amicizia del filosofo con Claudio Rugafiori e Italo Calvino; con Foucault e con Guy Debord, con Elsa Morante e con Pasolini. Da qui l’esplicita lezione di Heidegger e la permanenza della galassia Benjamin. Il che significa la trasposizione in un’opera originale dei punti ciechi della realtà per farla risultare dalla mappa di problemi che esplodono in costellazioni di senso. L’irrealizzabile è che qualcosa funziona, ogni volta che corpo e lingua si separano, che il critico e il poeta sono maschio e femmina, – cioè violenza che riempie il vuoto. L’infanzia, la morte, la voce, il mito, sono esigenze che attraversano il filosofo e sono strati di cultura occidentale in cui riconoscere gli a-priori storici della modernità. Ma sono anche i fantasmi che, evocati e magari anche dominati, cambiano luogo e posizione dall’interiore al mondo esterno, e che, fuori dalla poesia, troviamo nel romanzo. E li troviamo come mistero, con cui all’apparenza è più semplice comunicare, ma che, essendo residui del mito e dei poemi, parlano una lingua alquanto oscura. Infine, gli appunti esibiscono la differenza tra destino e vocazione. Hölderlin di cui Agamben ha ricostruito i rapporti tra poesia e pensiero, indica nella reciproca trasposizione dei generi l’inversione delle due vie, l’intraprendenza di una vocazione che rompe il destino. D’altra parte, chi avverte nella prosa il proprio rapporto al mondo converte un destino in vocazione e trova giusto il suo essere di parola. Della giusta forma di vita si incarica la scrittura, ed è questa prosa che attendiamo dai Quaderni degli anni ‘80 e ‘90.

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