Un racconto esemplare di confino e diserzione

La compagnia teatrale Bluemotion formata da musicisti, registi e artisti visivi, residente nello spazio artistico sociale dell’Angelo Mai la cui penosa vicenda di sgombero e ristrutturazione si trascina da mesi, ha portato sulla scena del Teatro Vascello di Roma, (fino all’11 ottobre), Lemnos, uno spettacolo multinarrato a partire dal Filottete sofocleo, tragedia dell’abbandono sull’isola di un soldato con il piede infetto che diventa oppositore e disertore della guerra infinita di Troia.
Nell’arida scena in cui si consumano frammenti maleodoranti della storia recente, dagli inizi della guerra civile greca (1946-’49) con cui inizia la ‘guerra fredda’, alle feroci dittature del secondo ‘900 tra le quali quella greca dei colonnelli nel 1967, si dipana il commento di un coro sostenuto dalla voce ferma ed evocativa di Alexia Sarantopoulou.
Un dio-donna esausto (Aurora Peres, cronachista statuaria dell’oppressione) dall’alto della propria posizione guarda gli effetti delle politiche di morte dell’Europa di cui l’isola è uno dei punti di origine. Il racconto si anima nelle precise movenze del diniego di un Neottolemo senza futuro (Gabriele Portoghese intenso nel ‘lavorare’ la parte), convinto dal perverso generale Ulisse (Giampiero Judica, forte ed espressivo) a riportare in guerra con l’inganno il corpo di Filottete (Gaia Insenga che perlustra con perizia l’intera scena).


Ma il soldato lasciato alla morte sull’isola vive tra albe di insostenibile bellezza e la pura luce mediterranea in cui ha meditato con giusta durezza il rifiuto della guerra e la diserzione dal mondo marcio delle politiche di difesa dei confini.
Sul fondale scorrono le immagini di una stupenda, arida Makronisos, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile, in cui poche capre pascolano tra le rovine di automezzi bruciati e padiglioni dismessi in cui sopravvissero comunisti e dissidenti mandati al confino, mentre la voce del coro, sostenuta dalla dea, narra i disastri fatti in nome dei ‘valori dell’occidente’.
Un pianoforte, due sedie, una poltrona in cui siede silente il capo astuto degli Achei e la nuda pietra coperta da uno straccio in cui Filottete si abbatte dopo la rivelazione dell’inganno, mostrano, nella compressione spazio-temporale della scena, le schegge di un passato che si ripete: l’esilio forzato, la ybris del potere che è sciagura dei popoli, la memoria che resiste contro lo sterminio, la necessità di raccontare, l’evocazione di musiche e canti struggenti, ma soprattutto la parola e la scrittura che disarmano la mano e la mente dei signori della guerra.

I corpi fermi e attenti, i pochi gesti, le battute dei rapidi confronti tra i cinque personaggi, ottimamente interpretati con giusto rigore, aprono la scena al senso ulteriore del dramma che, al contrario della convenzione, va dalla scena alla sua scrittura che assume il peso dell’evento. Scrivono i confinati, gli internati, i dissidenti, i senza patria, i disertori, perchè la scrittura è arte femminile della memoria, il luogo senza luogo, l’eterotopia della critica e del ricordo, raccolta in brevi frasi e nelle dieci righe che il pubblico è invitato a tracciare in una cartolina di saluti: i veri confinati sono gli spettatori di questo mondo.
A Makronisos le rovine di un teatro in cui gli esiliati recitavano fronteggiano un frondoso albero, protagonista di una natura che rinasce sulle macerie mitiche e storiche di un passato teso tra l’oblio voluto dai poteri e la memoria immemorabile di chi vi resiste.
La dolente unica scena della pièce assume profondità nel risucchio dello spazio scenico nell’ ‘oltre’ della scrittura, evocata in contrasto alle immagini. Sobrio e compatto, Lemnos, in maniera raffinata non denuncia la sana e abile drammaturgia di Giorgina Pi, anche regista e scenografa, che lavora con la saggistica femminista più acuminata – Adrienne Rich, Hélène Cixous e con la poesia di Ghiannis Ritsos.
Lo spettacolo è un esempio di teatro semplice, colto e atmosferico, superbamente antiretorico, qualità rara oggi e tanto più necessaria quanto più urla e gesti sgangherati proliferano, rendendo l’aria violentemente meleodorante.

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