Sull’archeologia del presente
L’idea di fare archeologia del presente ha il suo punto d’attacco nell’archeologia del sapere di Michel Foucault. Per Foucault l’archeologia è l’indagine delle formazioni discorsive proprie di un’epoca storica, in questo caso della modernità, e forse di quella che è stata chiamata post-modernità.
Dunque, una collana editoriale intestata all’archeologia scopre quei testi che in qualche modo circoscrivono il presente a partire dalla sua provenienza. Si tratta di una linea storico-filosofica e se vogliamo filosofico-politica che propone testi, documenti, incontri ed elaborazioni che risalgono ciò che sta accadendo “qui e ora” per cercare di rintracciarne la genealogia.
Per esempio, si parla di Intelligenza Artificiale e se ne produce attraverso macchine, la si è progettata e la si usa in guerra mentre fa parte di una costellazione civile, di una circoscrizione sempre più ampia, invasiva, della realtà. Bene. L’Intelligenza Artificiale non è un sistema omogeneo di macchine informatiche, è piuttosto l’esito di una stratificazione di procedure, progetti, imprese, fallimenti ed enunciazioni teoriche, ma anche di recuperi tecnologici che sono dispositivi di sapere-potere.
Sappiamo quanto questi dispositivi giocano un ruolo e producono un insieme di strategie di cattura e di regolazione e di governo della vita. Intorno a questa emergenza, quali testi, quali discorsi, quali eventi e quali forme di soggettivazione sono stati e sono possibili? Quali soglie post-umane abbiamo attraversato e quali mutazioni?
L’esempio dell’IA è in qualche modo l’indice storico del nostro presente di guerra, di accelerazione, di una forma anche più o meno imprevista di tecnofascismo che va indagata al livello della sua penetrazione microfisica, che è multipla, secolare, che è storico-filosofica. Sappiamo che proviene da vecchie e nuove forme di colonialismo, da infinite guerre delle razze, dalla civilizzazione europea e dal discorso dell’occidente e questo discorso esclude altri discorsi, di altri mondi.
Ecco, l’insieme di queste contestazioni, delle contro-strategie, delle resistenze e delle lotte contro questo regime mondiale e locale di cattura e distruzione forma il presente in rapporto ad un passato che riverbera e non è semplicemente l’antecedente del presente.
Proprio per questa ragione l’archeologia del presente è o tende a diventare un laboratorio di pensiero, un laboratorio critico, che ha o potrebbe avere un’estensione e una realtà in mutazione, in divenire, in movimento. Un laboratorio è fatto di incontri, eventi, pratiche che possono o meno dar luogo a testi e documenti; che possono in qualche modo fare della filosofia una pratica diagnostica.
Bisogna un pò riprendere la pratica di pensiero della filosofia critica, ma riportarla o rieditarla all’interno di quella che è stata la ricerca nietzscheana dei sintomi dell’attualità.
Se vogliamo, anche per riprendere ad usare dei termini che indicano ambiti di ricerca e di pratiche possibili, la genealogia dei discorsi e la dinastica dei poteri, le forme ibride di soggettivazione, i luoghi e i tempi dell’estinzione, lo stesso linguaggio tecnico della filosofia che ha subito e subisce trasformazioni che non hanno più l’inerenza della parola scritta, ma neanche della parola parlata, che sia la lezione, la discussione.
Insomma l’archeologia del presente cerca di recuperare il mutato rapporto tra corpi e linguaggio, laddove pensiero e prassi si incontrano e lo fanno a partire dalla dispersione attuale.
D’altra parte, e questo se vogliamo è il terzo aspetto dell’impresa archeologica, si tratta di cogliere, per quanto possibile, i rapporti tra soggettività e verità, e questi rapporti passano oggi per la questione dell’informazione, del controllo pervasivo, ma anche per l’emergenza dei discorsi, di epistemologie e pratiche di altri mondi in questo mondo, o di un momento che non ha le stesse direzioni o non segue le stesse linee di fuga del passato.
Si tratta di comprendere e intervenire per spezzare queste linee di accumulo di una soggettività sempre più identitaria, sempre più violenta. Insomma si tratta di stare nello stesso campo in cui operano i dispositivi di sapere-potere, senza giocare lo stesso gioco, e senza voler pretendere di voler compiere contro l’attuale articolazione di saperi, poteri e soggettività, l’azione decisiva, di smontarli una volta per tutte.
Tutto questo, compreso il ruolo della filosofia oggi, comporta il fatto di affrontare il rapporto tra saperi, ricerca e istituzioni. Comporta insomma l’esodo sia dalle istituzioni del sapere da tempo compromesse, ma anche l’esodo dalla marginalità.
In un certo senso, visto che questo tempo di guerra e di trasformazioni intense dei rapporti di dominio, è il tempo della fine dell’Europa e dell’occidente come li abbiamo conosciuti, il presente ci consegna la ridislocazione dei saperi tecnici, scientifici, sociali e antropologici.
Rispetto al recente paesaggio dell’epoca post-coloniale, le istituzioni di sapere-potere e i vecchi dispositivi di disciplinamento e di normalizzazione si riconfigurano non più secondo la logica binaria di un potere di soggezione che ha di fronte resistenze omogenee e compatte, ma nell’estensione di un potere di cattura di corpi e linguaggio.
Allora, è a partire da corpi e lingua, da queste facoltà comuni che si incontra la necessità di produrre forme non marginali di sapere. Modi e forme di vita che emergono negli interstizi dei grandi apparati di comunicazione e di soggettivazione. Far emergere forme di vita dagli interstizi dei dispositivi planetari di sapere-potere significa produrre un’estensione, una superfice che invade e cola nello stesso campo operazionale dell’automa digitale. E questa ricerca sembra essere propriamente archeologica.
In questo modo mi sembra che si possa aprire un laboratorio individuale e collettivo di sperimentazione.
